Castellammare | La «Caivano» stabiese, aperta una nuova inchiesta sui narcos del Savorito
CAMORRA
2 giugno 2026
CAMORRA

Castellammare | La «Caivano» stabiese, aperta una nuova inchiesta sui narcos del Savorito

L’assedio della Dda al Savorito, bunker del clan Imparato. Dopo il delitto Fontana ricostruiti gli affari dei «Paglialoni»
Michele De Feo

Fiumi di cocaina, marijuana e crack, milioni di euro ricavati dal narcotraffico: c’è una nuova inchiesta dell’Antimafia sui narcos del rione Savorito, il quartiere-bunker alla periferia est di Castellammare di Stabia, roccaforte del clan Imparato. Le indagini hanno avuto un’accelerata dopo il delitto di Alfonso Fontana, il 24enne del rione Acqua della Madonna rincorso e assassinato a colpi di pistola a due passi dal tribunale di Torre Annunziata la sera del 7 febbraio 2024.

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Rincorso e ucciso fuori al tribunale di Torre Annunziata: arrestato Giovanni Imparato, per l’Antimafia il complice del killer Catello Martino…

Un omicidio per il quale sono accusati, con ruoli differenti, due esponenti di spicco della cosca dei “Paglialoni”: il ras Catello Martino, alias ’o Puparuolo, già condannato a 20 anni di reclusione in appello perché ritenuto l’esecutore materiale dell’agguato, e il boss Giovanni Imparato, arrestato la scorsa settimana perché, secondo i magistrati, avrebbe accompagnato e incitato il sicario a uccidere Alfonso Fontana.

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Dopo l’omicidio del 24enne, da quanto emerge dalle indagini della Dda, a Castellammare di Stabia stava per esplodere una nuova guerra di camorra. Un polverone che ha consentito agli investigatori di ricostruire i nuovi equilibri criminali in città dopo le maxi-retate che, nel corso degli anni, avevano portato ad arresti eccellenti tra le fila della criminalità organizzata stabiese.

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Figura anche il complice del killer che il 7 febbraio 2024, nel centralissimo corso Umberto di Torre Annunziata, ha ucciso,…

Se nel 2025 la Dda è riuscita a chiudere il cerchio attorno al gruppo criminale dei Fontana, ottenendo l’arresto dei principali esponenti del clan del centro antico, ora l’obiettivo è fare piena luce sugli affari della cosca Imparato. I “Paglialoni”, secondo quanto raccontato da numerosi collaboratori di giustizia, sarebbero un’organizzazione criminale autonoma, ma sottoposta a specifici accordi con il clan D’Alessandro, la cosca egemone di Castellammare di Stabia.

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«Li ammazziamo con le bombe». Si sente anche questa frase tra le intercettazioni telefoniche captate dai militari del Nucleo Investigativo…

Patti che riguarderebbero soprattutto la fornitura di sostanze stupefacenti e il versamento di una percentuale dei guadagni provenienti dalla piazza di spaccio a cielo aperto del rione Savorito, considerata una delle più redditizie dell’hinterland stabiese. Dopo le retate che negli anni scorsi hanno portato all’arresto di pusher e vedette del quartiere, e soprattutto dei presunti “signori della droga” Michele e Salvatore Imparato, le indagini sono ora concentrate nel comprendere chi abbia raccolto la loro eredità criminale e continui a gestire gli affari del narcotraffico sul territorio.

Omicidio Fontana, il delitto imposto dal clan D’Alessandro: caccia ai mandanti

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Ci sono ancora responsabilità da chiarire e, soprattutto, volti da identificare. L’inchiesta sul delitto di Alfonso Fontana, il 24enne stabiese,…

Nonostante gli arresti eccellenti, il traffico di droga nel rione Savorito non si è mai fermato. In quest’ottica, e anche alla luce dell’omicidio Fontana, gli investigatori hanno approfondito i profili di Giovanni Imparato e Catello Martino, considerati figure chiave per comprendere gli attuali assetti del gruppo. Sul piano operativo, negli ultimi anni le forze dell’ordine hanno messo a segno numerose operazioni nel rione Savorito che hanno portato al sequestro di ingenti quantitativi di droga e soprattutto di armi.

Castellammare, il boss gestiva l’affare-spaccio al Savorito direttamente dal carcere

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Castellammare. “Il boss Salvatore Imparato comanda i suoi affiliati anche da dietro le sbarre”. A confidare ai magistrati dell’Antimafia il…

Blitz che, in qualche modo, delineano i contorni di un vero e proprio quartiere-fortino, dove la legge continua a essere dettata dalla camorra. Quello che emerge è l’immagine di una piccola “Scampia” alle porte di Castellammare di Stabia, capace di evolversi e di replicare gli stratagemmi adottati da altre organizzazioni criminali del Napoletano. Basti pensare al maxi-sequestro eseguito nel 2024, quando i carabinieri trovarono droga e armi nascoste all’interno di un muro di un’abitazione apparentemente insospettabile, in pieno stile “modello Caivano”, città che ospita al Parco Verde una delle piazze di spaccio più redditizie d’Europa.

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Aveva trasformato casa sua, dove era recluso agli arresti domiciliari, in una piazza di spaccio, arrestato un pusher 40enne del…

Secondo quanto riferito  dal collaboratore di giustizia all’Antimafia  Pasquale Rapicano, ex killer del clan D’Alessandro, il boss Salvatore Imparato avrebbe continuato a dirigere i suoi affari anche dal carcere inviando messaggi all’esterno per il tramite del killer di Alfonso Fontana, Catello Martino. Imparato fu arrestato nel 2019 nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Napoli che smantellò una vasta organizzazione dedita allo spaccio di droga al Savorito. Condannato a 20 anni di carcere, era considerato il capo dell’omonimo clan, alleato dei D’Alessandro. L’indagine ricostruì l’intera rete dello spaccio, dai fornitori alle vedette armate. Secondo l’Antimafia, nonostante arresti e sequestri, il sistema criminale resta tutt’ora attivo.

Il patto tra tutte le piazze «Aperti a turno per 24 ore»

Un vero e proprio sistema organizzato, regolato da accordi precisi e finalizzato a garantire continuità agli affari della droga sul territorio. È il retroscena emerso nel corso di un’udienza davanti al tribunale di Torre Annunziata grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Valentino Marrazzo, ex pusher del clan D’Alessandro, chiamato a testimoniare nel processo a carico di una donna accusata di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Il procedimento nasce dall’inchiesta sulle attività della piazza di spaccio del rione Capo Rivo, alle porte del centro antico di Castellammare di Stabia.

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I carabinieri del nucleo operativo della Compagnia di Castellammare di Stabia e del nucleo cinofili hanno arrestato per detenzione di…

Un drug shop che, secondo le ricostruzioni investigative, nel 2019 era gestito da Pasquale Rapicano, ex killer del clan D’Alessandro che nel 2020 ha deciso di collaborare con la giustizia. Nel corso della sua deposizione, Marrazzo ha fornito uno spaccato dettagliato delle dinamiche che regolavano il mercato degli stupefacenti in città. «Tra le piazze di spaccio di Castellammare sotto il controllo del clan D’Alessandro esisteva un accordo tacito», ha spiegato il collaboratore di giustizia ai magistrati.

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La piazza di spaccio smantellata giovedì mattina in via Salita Santa Croce, nel cuore del centro antico di Castellammare di…

Un’intesa che prevedeva il rispetto reciproco degli orari di apertura e chiusura delle varie piazze operative sul territorio. Secondo il pentito, il sistema era studiato per evitare sovrapposizioni e garantire sia un equilibrio nella distribuzione dei profitti sia una copertura costante della domanda di droga. In pratica, mentre una piazza chiudeva, un’altra era pronta ad aprire, assicurando la disponibilità di sostanze stupefacenti durante l’intero arco della giornata e, in alcuni casi, anche nelle ore notturne. Sui guadagni generati dal traffico di droga, Marrazzo ha mantenuto un profilo prudente, limitandosi a dichiarare che «si guadagnava molto bene».

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Più preciso invece sul sistema delle retribuzioni. Le vedette, incaricate di controllare il territorio e segnalare eventuali controlli delle forze dell’ordine, potevano percepire fino a 100 euro al giorno, una cifra che su base mensile si avvicina ai 3mila euro.  Lo spaccio rappresenta infatti uno dei principali business delle organizzazioni camorristiche attive sul territorio. Cocaina e crack arrivano prevalentemente dalla Calabria attraverso canali consolidati, mentre la marijuana viene spesso prodotta direttamente nell’area dei Monti Lattari, dove le caratteristiche morfologiche del territorio favoriscono coltivazioni difficili da individuare e contrastare.