Miti, visure, ruderi e la ragnatela di eredi: i misteri dello scoglio di Rovigliano in vendita
Lo scoglio di Rovigliano (Foto Vincenzo Marasco)
LONGFORM
13 giugno 2026
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Miti, visure, ruderi e la ragnatela di eredi: i misteri dello scoglio di Rovigliano in vendita

La particella coi ruderi ha 23 eredi e costa come una villa a Capri. Due “pezzi” sono spariti, uno era di proprietà di un parroco. E negli atti catastali spunta anche la Regione Campania
Raffaele Schettino

Lo Scoglio di Rovigliano riemerso dall’oblio è diventato un palcoscenico di pietra dove il mito di Ercole incrocia la storia, le ambizioni di 23 eredi e i misteri della burocrazia. La leggendaria Petra Herculis, modellata dalle onde e dal maestrale che spazza il Golfo, è in vendita da poco più di una settimana e l’annuncio online ha acceso un appassionato dibattito.

Questa roccia custodisce una storia frammentata e affascinante, noi abbiamo provato a ricostruirla attraverso gli atti, per capire quanto sia fattibile la compravendita e quale potrebbe essere il destino dell’isolotto (almeno in parte) privato che lega e intreccia la memoria di due comunità, quella stabiese e quella torrese, fin dalla notte dei tempi.

Lo scoglio di Rovigliano (Foto Vincenzo Marasco)

L’accesso allo scoglio di Rovigliano (Foto Vincenzo Marasco)

Il prezzo e gli acquirenti
Il cartello «Vendesi» issato nella Rete, e idealmente esposto sullo Scoglio, è diventato un caso immobiliare in poche ore. L’annuncio è andato virale, la notizia del momento è rimbalzata ben oltre le cronache locali. L’operazione è curata da Engel & Völkers, un’agenzia d’élite specializzata in proprietà extralusso, con migliaia di clienti facoltosi in portafoglio. Una sfida complessa ma al tempo stesso un «trofeo immobiliare» che stuzzica l’interesse dei grandi capitali globali.

«C’è voluto un anno di studio per lanciare l’annuncio», ci vorrà meno tempo, assicurano in agenzia, «per arrivare ad una trattativa concreta». Al momento sono già sei i potenziali acquirenti, nessuno di loro ha messo sul tavolo caparre e offerte, ma tutti hanno già avviato manovre esplorative sugli atti. Come conferma Massimo Salice, l’agente che ha il mandato esclusivo a trattare, «la lista riflette la globalizzazione del mercato del lusso».

In prima fila ci sarebbe un solido fondo d’investimento internazionale, una blasonata catena alberghiera di respiro internazionale e alcuni magnati privati. Il prezzo? Sebbene resti coperto dal più stretto riserbo, inizia a trapelare: fluttuerebbe su cifre non troppo distanti da quelle necessarie per accaparrarsi una villa a Capri. Orientativamente tra uno e due milioni di euro.

E’ chiaro che la vera barriera all’ingresso non è il costo del «biglietto», che è alla portata di molti imprenditori locali, semmai lo è la gestione della ristrutturazione del rudere di 300 metri quadrati che abita lo scoglio, ammesso che sia ancora possibile. Tecnicamente e burocraticamente. Non a caso, svela l’agente, «chi compra potrebbe farlo anche soltanto per il piacere di essere proprietario di un intero isolotto nel Golfo di Napoli». Che in chiave di marketing e blasone non è poco.

Il bivio etico dello scoglio: i proprietari voglio cedere a un ente pubblico, ma nessuno si è fatto avanti. Entro settembre potrebbe esserci la vendita

Business o bene comune?
Il bivio è epocale: da un lato la conferma della privatizzazione di un simbolo del paesaggio costiero, dall’altro il riscatto pubblico di un monumento nazionale. Il futuro di Rovigliano si gioca su questa faglia, sospeso tra il pragmatismo dei fondi sovrani e il diritto di una comunità a non vedersi scippare la propria storia. Ed è per questo che all’ombra del cartello «Vendesi» si sono mosse le coscienze identitarie di un intero territorio.

S’avverte il principio di una mobilitazione popolare: storici, associazioni, comitati civici e cittadini di tutta l’area stabiese e torrese stanno facendo sentire la propria voce. Da più parti si moltiplicano gli appelli accorati affinché le istituzioni non restino a guardare. E’ intervenuto anche il sindaco di Castellammare di Stabia (leggi qui) ed è stata lanciata anche una petizione online per chiedere l’intervento dello Stato.

Lo scoglio di Rovigliano (Foto Vincenzo Marasco)

Lo scoglio di Rovigliano (Foto Vincenzo Marasco)

La prospettiva che la Petra Herculis diventi l’ennesimo avamposto blindato di un turismo d’élite, oppure obiettivo di speculatori economici, ha innescato un cortocircuito politico e sociale. Non a caso, per bocca dei proprietari, l’agente immobiliare Massimo Salice aveva confidato proprio a Metropolis il desiderio di avviare trattative con enti pubblici, fondazioni o mecenati. «Il problema – dice – è che nessun ente s’è fatto ancora avanti per provare ad attivare una prelazione. Finora abbiamo letto annunci e appelli accorati, ma non abbiamo ricevuto nemmeno una telefonata esplorativa».

E’ chiaro che i proprietari guardano con forte favore alla possibilità di vendere al pubblico. Del resto, la soluzione converrebbe a tutti. La speranza è che si possa avviare un piano di recupero complesso, magari con una corsia privilegiata, per trasformare il sito in un parco archeologico marino, in un polo culturale integrato, o semplicemente in un baluardo della memoria da consolidare e consegnare ai posteri come testimone del tempo. Ma è altrettanto evidente che si tratta di una compravendita, dunque di danaro, e se dovesse arrivare l’offerta giusta da uno dei sei acquirenti, «allora si aprirebbe concretamente una trattativa».

Il paradosso della mappa: geograficamente nel territorio di Torre Annunziata, catastalmente in quello di Castellammare. Al foglio 2 ben 8 particelle

L’enigma dei confini
Per comprendere la complessità dello Scoglio, e l’interesse che solleva da sempre in seno alle comunità di due città divise dalla foce del Sarno, è necessario addentrarsi in un labirinto burocratico con le radici nei meandri della storia amministrativa del nostro territorio. Un enigma che di fatto sdoppia la Petra Herculis.

L’agenzia ha asserito che dagli atti contenuti nel plico dei documenti, l’isolotto ricade nel Comune di Torre Annunziata, in realtà le visure che abbiamo effettuato il 10 giugno scorso dicono altro, e sono in linea con la ricostruzione degli storici. La verità è che agli occhi di chi guarda la costa, l’isolotto ricade nei confini geografici di Torre Annunziata, a quelli di chi consulta gli atti del catasto, invece, compare a Castellammare di Stabia. Censita, per la precisione, al «Foglio 2», con otto particelle numerate da uno a sei, e da 90 a 91.

La misura catastale. Il Foglio 2 con le 8 particelle

La visura catastale. Il Foglio 2 con le 8 particelle (Visura 10 giugno ’26)

La dissociazione tra geografia e burocrazia si giustifica nella differenza tra la cartografia politico-amministrativa e i registri del Catasto. Che ragionano secondo una logica legata alla storia della proprietà e dei flussi fiscali. In sostanza, quando i beni immobiliari dello scoglio vennero censiti per la prima volta e poi storicamente scambiati tra privati, gli atti di compravendita, le successioni e le trascrizioni vennero depositate presso la conservatoria e gli uffici di Castellammare di Stabia. E siccome spostare una particella da un Comune all’altro a seguito di un cambio di confine amministrativo comporta un caos burocratico epocale in termini di rendite e codici tributari, generalmente si tende a cristallizzare gli atti e ad aggiornarlo nello stesso catasto.

Il mito è legato ad Ercole. Nel 1400 la roccia era sulla terraferma, sulla sponda sinistra del Sarno. Poi divenne torre di difesa, testimone dei secoli

Da terraferma a isola-mito
Sia come sia, catasto e particelle a parte, la storia dell’isolotto fa parte dell’identità delle due città che lo guardano dalla cista. In realtà, non sempre lo Scoglio di Rovigliano è rimasto isolato tra le onde del Golfo. Esiste infatti una carta geografica risalente all’epoca aragonese che lo rappresenta sulla terra ferma, posizionato, guardando il mare, sulla sponda sinistra del fiume Sarno. Geologicamente si tratta di una roccia di calcari e dolomie generata dalla collisione di placche tettoniche, figlia dei Monti Lattari e non del Vesuvio, dunque, che l’ha comunque modellata eruzione dopo eruzione, assieme ai sedimenti trasportati dal fiume.

Carta Aragonese. Lo scoglio è sulla terraferma

Carta Aragonese. Lo scoglio è sulla terraferma

Il mito lega lo Scoglio alla morte di Plinio il Vecchio durante l’eruzione del 79 dopo Cristo. Ma ci sono storie, misteri e leggende che ne fanno un tabernacolo millennario di memoria. Le origini affondano nelle nebbie del mito classico. Risalgono ad Ercole, che staccò un monumentale blocco dal ciglio del Faito e lo scagliò nel Golfo. Proprio al semidio, in epoca imperiale, era stato edificato un tempio di cui gli archeologi hanno rinvenuto tracce nei secoli scorsi, insieme a resti di romane e strutture murarie in opus reticulatum.

Era conosciuto come Rubellanum, nome legato ad una famiglia con possedimenti a Oplonti e Pompei, oppure alla presenza di piante di robbia per la tintura dei tessuti.

Con il tramonto dell’impero, e l’avvento del Cristianesimo, il sacro pagano lasciò il posto alla devozione monastica. Nel Medioevo, lo scoglio accolse un monastero fondato da un pio eremita, che divenne un cenobio benedettino. Per secoli fu dunque un luogo di preghiera.

Successivamente, per contrastare le incursioni dei pirati saraceni, nel 1564, lo scoglio fu trasformato in fortezza e vi fu edificata la torre che oggi, sebbene malandata, ne domina il profilo.

Tante le leggende che vivono tra gli scogli della Petra: dalla tomba della giovane e pia regina feudale Gaetana, sulla quale arrivavano i pellegrini a pregare, al fantasma di Donna Fulgida, che durante le invasioni longobarde, credendo il marito impiccato, si lasciò uccidere. Fino alla pesca miracolosa del quadro della Madonna della Neve, diventata patrona di Torre Annunziata dopo una lunga battaglia legale tra i pescatori di Castellammare e Torre Annunziata.

Durante il Regno delle Due Sicilie, i Borbone conservarono la funzione difensiva del sito, lo integrarono nel sistema di fortificazioni costiere e vi disposero presidii formati da guarnigioni di artiglieria. Durante i periodi di rivolta lo scoglio ospitò le celle dei rivoluzionari. Poi, quando il sipario calò sull’Ottocento iniziò la decadenza.

Il progresso delle tecnologie militari e l’Unità d’Italia, tolsero al fortino la sua utilità strategica, condannandolo alla smilitarizzazione, al disarmato e all’abbandonato, fino alla vendita ai privati.

Otto particelle, due «soppresse», tre demaniali. Nella «2» è stato cancellato un fabbricato. La «5» era di un parroco di Resina fino al ’92. Poi andò alla Regione

I corpi di fabbrica perduti
Per comprendere appieno l’attuale stato di degrado dello Scoglio, è necessario compiere un viaggio a ritroso nel tempo, arrivando alle poche, ma preziosissime, testimonianze visive del 1890. A quella data risale un immagine di Giacomo Brogi, che mostra il profilo dell’isolotto profondamente diverso da quello che siamo abituati a osservare oggi.

Allora, la Petra Herculis era ancora un complesso avamposto fortificato, ricco di volumi, tetti e corpi di fabbrica articolati che occupavano diverse aree dell’isolotto. La foto mostra una torretta sul lato affacciato sulla foce del Sarno (particella 2) e una terrazza spianata su quello che guarda il mare aperto, verso Capri (particella catastale 5).

I resti delle terrazze sul mare (Foto Vincenzo Marasco)

I resti delle terrazze sul mare (Foto Vincenzo Marasco)

Cosa è successo a quelle strutture? La risposta si trova tra le pieghe delle visure catastali, che registrano la progressiva scomparsa del patrimonio murario.

Un ruolo centrale in questo enigma è giocato dalla «Particella 2», proprio quella che guarda la foce del Sarno. Questo pezzo di scoglio, che un tempo ospitava parte degli alloggiamenti militari o dei magazzini della fortezza visibili nella foto di Brogi, ha subìto una mutazione burocratica cruciale.

Dagli atti, oggi risulta classificata come «Ente Urbano». In termini tecnici, significa che lo Stato ne conserva la memoria fiscale come area edificata. E’ la prova che l’area ha ospitato un edificio o la pertinenza di un fabbricato distrutto del tempo, dall’erosione del mare, forse dai bombardamenti della Guerra Mondiale, e che, se non ci fossero i vincoli, potrebbe persino essere ricostruito.

Particella 5: chiesa e Regione
L’analisi catastale legata all’ultimo mezzo secolo restituisce l’immagine di un labirinto burocratico in cui si intrecciano demanio, interessi privati e una progressiva dematerializzazione del patrimonio architettonico. Un dedalo di documenti nel quale chi acquista potrebbe essere condannato a perdersi.

Le visure descrivono una metamorfosi giuridica delle 9 particelle che compongono l’isolotto disegnato nel «Foglio 2».
Della «Particella 2» abbiamo scritto. Di quelle «1» e «6» c’è ormai poco da dire: un tempo erano parte del complesso, oggi sono scogli cancellati dai registri, inghiottiti dai flutti. Pezzi di terreni «Soppressi». Dunque, invendibili.

Una delle vicende più emblematiche di questa fitta trama documentale riguarda invece la «Particella 5», quella affacciata su Capri. Al Catasto è registrata come «terreno incolto» ed è intestata alla Regione Campania. Di fatto, è già un approdo pubblico, con l’apposizione di stringenti vincoli di tutela ambientale che hanno congelato l’uso del suolo, trasformandolo in una riserva protetta sottratta a qualsiasi velleità edificatoria o agricola. Ed anche questa, così com’è, è invendibile.

I ruderi della Torre (Foto Vincenzo Marasco)

I ruderi della Torre (Foto Vincenzo Marasco)

E c’è di più. Questa particella, sulla quale insistevano i terrazzi di avvistamento, ha custodito per decenni un legame profondo con il tessuto sociale e religioso locale: fino al 28 giugno 1992, prima di passare alla Regione, risultava infatti nelle disponibilità di Giuseppe Matrone, parroco della basilica di Santa Maria a Pugliano nel Comune di Resina, l’attuale Ercolano.

Altrettanto affascinante è il «valzer» documentale che interessa la «Particella 91». Qui la cronistoria è lo specchio delle incertezze che spesso gravano sui beni costieri: nel 1999 era iscritta come «Demanio dello Stato», quattro anni dopo riemergeva nei registri come «fabbricato rurale», testimoniando il riconoscimento di vecchi diritti privati legati alle strutture storiche della fortezza. Una parvenza di volume che è svanita definitivamente nel 2018, quando la particella è stata declassata ad «area rurale». Una pietra tombale che certifica il crollo delle mura e del tetto, trasformando quello un edificio in un nudo pezzo di terra battuto dai venti.

La particella 3 ospita i 300 mq in vendita. Conta 23 proprietari (che non compaiono nelle altre particelle). Metà è di Brigante, l’altra degli eredi Aversa

Particella 3 con 23 eredi
Il 28 giugno 1992 è la data del «Big Bang» catastale per la «Particella 3», il cuore pulsante dell’isolotto, l’unica porzione di terra che custodisce i ruderi della torre vicereale, i 300 metri quadrati coperti messi in vetrina con l’annuncio immobiliare. L’unica nella quale risultano i nomi dei proprietari. Fino all’alba degli anni Novanta, la proprietà della particella era rimasta perfettamente bilanciata, divisa in un classico 50 e 50 tra due famiglie: il ramo Briganti, guidato da Antonio, e il ramo Aversa, rappresentato da Anna. Quest’ultima propone ai Brigante di acquistare la sua quota e in cambio riceve un “no, grazie”.

Nell’estate del ‘92, l’asse ereditario degli Aversa si spezza, aprendo a una frammentazione della proprietà. Mentre il ramo Briganti resta nelle mani di una sola persona (Antonio), la quota del 50% degli Aversa esplode attraverso una serie di successioni legittime, polverizzandosi tra 22 discendenti legati a tre diversi ceppi d’origine: 15 eredi hanno il cognome Malafronte, 4 sono Piedipallumbo e 3 sono Gallo.

L'accesso alla Torre (Foto Vincenzo Marasco)

L’accesso alla Torre (Foto Vincenzo Marasco)

Questa intricata frammentazione in quote infinitesimali spiega anche perché lo scoglio versa da decenni in un totale stato di abbandono. Praticamente un’impresa mettere d’accordo 23 teste.

Ultima annotazione tecnica utile a chi compra: la «Particella 3», l’unica dove compaiono i nomi degli eredi, è stata trasformata da «ex fabbricato rurale» ad «area rurale» nel 2018. Di fatto, se è vero che si vende un tabernacolo di storie e leggende di immenso valore identitario, è vero anche che di fatto si acquista un cumulo di ruderi vincolato come Monumento Nazionale fin dal 1925.

Il mito del bene comune. Una visione per Rovigliano

Il mito del bene comune. Una visione per Rovigliano

Il cartello vendesi, idealmente esposto ai naviganti, ha riacceso i riflettori e la passione civile attorno allo Scoglio di Rovigliano.…

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IL FOCUS

I giorni del Ristorante Brigante nell’estate del 1931, quando sull’isola di Rovigliano si ballava a lume di candela

Nella prima metà del Novecento, lo Scoglio di Rovigliano prova a compiere una metamorfosi radicale, svestendosi delle sue millenarie e austere vesti militari e religiose per trasformarsi nel palcoscenico di una scintillante mondanità.

Sono gli anni del pieno consenso del regime fascista, un’epoca complessa in cui la retorica di Stato legata al culto del tempo libero, all’opera nazionale del dopolavoro e alla valorizzazione turistica delle coste spinge la nascente borghesia industriale verso nuove forme di svago, di evasione e di ostentazione del benessere lungo le sponde del Golfo di Napoli. 

Bisogna sfogliare i giornali ingialliti del 1931, a meno di un decennio dal tragico scoppio della Seconda Guerra Mondiale, per ritrovare le tracce documentali di un sogno imprenditoriale affascinante e sfortunato: l’apertura di un ristorante d’élite sulla leggendaria Petra Herculis. L’idea è di Antonio Brigante, dinamico e visionario proprietario dell’isolotto, capostipite di quel ramo familiare che ancora oggi, attraverso un suo discendente omonimo, detiene la metà delle quote dei ruderi. 

Scoglio di Rovigliano,  la vendita segni la rinascita

Scoglio di Rovigliano, la vendita segni la rinascita

Da qualche giorno leggo la notizia dell’intenzione di vendere lo Scoglio di Rovigliano, l’isolotto calcareo su cui sorgono una torre…

Con un’intuizione formidabile e straordinariamente in anticipo sui tempi, Brigante intuisce che la monumentale torre vicereale, i bastioni borbonici e i vecchi terrazzamenti che hanno ospitato anche il silenzio e le preghiere dei monaci benedettini possono integrarsi nei desideri di grandezza, bellezza e divertimento dell’alta borghesia. 

L’antico fortino si spoglia dei severi arredi di guerra. Dove per secoli erano scattati i lucchetti delle prigioni giacobine, dove erano stati stipati i barili della polvere da sparo per respingere i saraceni, vengono allestite cucine, eleganti tavoli in legno, un suggestivo impianto di lampade a olio e lanterne antivento. Raggiungere il ristorante è già di per sé un’esperienza esclusiva, un rito d’iniziazione che i clienti imbarcati sulle spiagge circostanti della foce del Sarno o dai moli dei porti vicini. 

Rovigliano, una veduta del 1890 (Brogi)

Rovigliano, una veduta del 1890 (Brogi)

In quelle calde sere d’estate, Rovigliano si trasforma in un’apparizione magica: un isolotto di luci, suoni e profumi sospeso nel buio pesto del Golfo di Napoli. Si cena all’aperto, accarezzati dalla brezza marina, a base di pesce freschissimo.  Le acque circostanti la roccia calcareo-sedimentaria sono incontaminate e i fondali pullulano di una biodiversità straordinaria, offrendo ai cuochi del ristorante scorte inesauribili di patelle, ricci di mare, polpi e frutti di mare di eccezionale qualità. 

Dopo la cena, la terrazza della fortezza si trasforma in una pista da ballo: si danza al ritmo delle trascinanti melodie orchestrali del tempo e delle canzoni che cominciano a risuonare alla radio, con il profilo scuro e maestoso del Vesuvio a fare da imponente sfondo scenografico.  E’ l’immagine plastica di un’Italia che cerca la spensieratezza, ignorando i cupi segnali che arrivavano dalla politica internazionale. Che conducono al secondo conflitto mondiale.

Quell’oasi di esclusiva spensieratezza, tuttavia, è destinata a rivelarsi un’illusione passeggera, un fuoco d’artificio spento troppo in fretta dalla dura realtà dei fatti. La logistica marina si rivela ben presto un incubo quotidiano e insostenibile per le tasche di Antonio Brigante.

Il mare visto dai ruderi (Foto Vincenzo Marasco)

Il mare visto dai ruderi (Foto Vincenzo Marasco)

Lo scoglio non gode di allacciamenti con la terraferma: ogni singolo litro d’acqua potabile, ogni ceppo di carbone per i fuochi delle cucine e ogni ingrediente deve essere faticosamente trasportato via barca.  Inoltre, il Golfo sa essere spietato: basta un improvviso colpo di scirocco o una mareggiata autunnale per isolare i clienti sull’isola per ore o, al contrario, per impedire l’approdo dei rifornimenti, mandando in fumo serate intere di prenotazioni.

La clientela, spaventata dall’insostenibilità e dai prezzi esorbitanti, inizia progressivamente a diradarsi. Le spese di gestione surclassano rapidamente le entrate, stringendo l’attività nella morsa dei debiti e costringendo Brigante a dichiarare fallimento, ponendo fine all’attività commerciale. 

Di lì a poco, l’addensarsi definitivo delle nubi della Seconda Guerra Mondiale, l’alleanza con la Germania nazista e l’introduzione delle rigide misure di oscuramento bellico su tutte le coste campane spengono per sempre le ultime luci di Rovigliano, riportando lo scoglio al suo antico, silenzioso isolamento.  E’ la fine di un sogno.

Oggi, tra i fichi d’India che crescono selvaggi e sulle macerie dei solai crollati e tra le crepe della torre vicereale, non resta qualche traccia di quelle cucine e di quei brindisi. E resta intatto il valore di un ricordo romantico, per anni tramandato con un pizzico di nostalgia dai pescatori più anziani sulla spiaggia, custodi della memoria di quell’anno lontano in cui la roccia di Ercole aveva provato a sfidare la furia del mare e la severità della storia a colpi di musica, balli e spensieratezza.