Castellammare, armi e vendetta dopo il delitto Fontana: restano in cella 2 giovani
LA SENTENZA
15 giugno 2026
LA SENTENZA

Castellammare, armi e vendetta dopo il delitto Fontana: restano in cella 2 giovani

La decisione del tribunale del Riesame.
Michele De Feo

Restano in carcere Alessandro Fontana ed Emanuele Raffone, mentre per Vincenzo Avella sono stati concessi gli arresti domiciliari. È questa la decisione dell’ottava sezione del Tribunale del Riesame di Napoli sui ricorsi presentati dalla difesa contro l’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito dell’inchiesta bis sull’omicidio di Alfonso Fontana, il 24enne di Castellammare di Stabia assassinato la sera del 7 febbraio 2024 a pochi passi dal tribunale di Torre Annunziata. I giudici hanno inoltre escluso l’aggravante mafiosa contestata dalla Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti dei tre giovani, disponendo la trasmissione degli atti alla Procura ordinaria.

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Una decisione che ridimensiona, almeno sul piano cautelare, l’impianto accusatorio formulato dagli investigatori. Fontana, Raffone e Avella, assistiti dagli avvocati Roberto Attanasio, Aldo D’Apuzzo e Daniele Ionà, restano comunque indagati per detenzione illegale di armi. Secondo la ricostruzione della Dda, dopo l’omicidio di Alfonso Fontana i tre avrebbero pianificato una vendetta nei confronti degli esponenti del clan Imparato, il gruppo criminale del rione Savorito, costola del clan D’Alessandro, di cui farebbe parte il killer del giovane. Le intercettazioni raccolte dai carabinieri del Nucleo investigativo di Torre Annunziata avrebbero documentato la ricerca di armi da guerra, compreso un kalashnikov, la disponibilità di alcune pistole e la volontà di colpire gli avversari per vendicare la morte del 24enne.

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Per la Procura antimafia Alfonso Fontana sarebbe stato ucciso da Catello Martino, alias ’o Puparuolo, esponente di spicco del clan Imparato, con il supporto logistico del boss Giovanni Imparato. Quest’ultimo, finito in manette due settimane fa, è accusato di aver accompagnato il killer sul luogo dell’agguato e di averne favorito la fuga. Catello Martino è già stato condannato in Appello a vent’anni di reclusione. I giudici hanno ritenuto provata la sua responsabilità nell’omicidio, escludendo però la premeditazione che in primo grado ave- va portato alla condanna all’ergastolo. Secondo le motivazioni della sentenza, l’agguato sarebbe matura- to al termine di una discussione nata dal tentativo di recuperare il denaro e i preziosi rubati pochi giorni prima nell’abitazione della figlia di Martino. Vincenzo Avella, oltre all’accusa di detenzione di armi, risponde infatti anche di furto aggravato. Secondo la Dda avrebbe partecipato, insieme ad Alfonso Fontana e a Ciro Reda, al raid nell’abitazione della figlia di Catello Martino, dalla quale sarebbe sparita una parte della cassa del clan Imparato.