Castellammare | Usura e riciclaggio per conto del clan, assolto un imprenditore
LA SENTENZA
10 luglio 2026
LA SENTENZA

Castellammare | Usura e riciclaggio per conto del clan, assolto un imprenditore

Crollano le accuse contro un venditore d’auto e un suo dipendente. Per i pm avrebbe prestato soldi a strozzo per poi comprare una ditta
Michele De Feo

Per anni su quella vicenda aveva pesato l’ombra della camorra. La storia di un imprenditore di Cava de’ Tirreni che, sommerso dai debiti, avrebbe chiesto aiuto a due uomini ritenuti dagli investigatori vicini al clan Cesarano per evitare il fallimento della propria concessionaria di auto e moto. Una vicenda che, secondo l’ipotesi della Direzione distrettuale antimafia di Salerno, si sarebbe trasformata in un caso di usura ed estorsione culminato con la cessione dell’attività agli stessi presunti strozzini.

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Ma quel quadro accusatorio non ha trovato conferma in aula. Il Tribunale di Nocera Inferiore ha assolto V.C., 53 anni, imprenditore attivo nel settore della vendita di ricambi per auto, e P.G., 31 anni, suo dipendente. Entrambi erano finiti a processo perché ritenuti dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno contigui al clan Cesarano, storica organizzazione camorristica con roccaforte a Ponte Persica, quartiere di Castellammare di Stabia, da decenni considerata egemone tra l’area stabiese, quella pompeiana e parte del basso Salernitano.

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Secondo l’accusa, proprio grazie a quella presunta vicinanza al sodalizio criminale avrebbero potuto esercitare pressioni sulla vittima e gestire un’attività usuraria finalizzata all’acquisizione della sua azienda. Secondo la ricostruzione della Procura, l’imprenditore, schiacciato dai debiti e impossibilitato ad accedere al credito bancario, si sarebbe rivolto ai due imputati per ottenere liquidità. Un primo prestito di 25 mila euro sarebbe stato restituito nell’arco di quattro mesi attraverso quattro assegni da ottomila euro ciascuno, per un totale di 32 mila euro. Successivamente, sempre secondo l’accusa, la vittima avrebbe ricevuto altri 13 mila euro, restituendone 15 mila appena un mese dopo.

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Per gli inquirenti quel sistema avrebbe progressivamente soffocato l’imprenditore, costringendolo infine a cedere gratuitamente la propria attività. L’Antimafia sosteneva inoltre che, per occultare l’operazione, le quote societarie fossero state formalmente intestate a P.G., ritenuto un uomo di fiducia di V.C., mentre il controllo dell’azienda sarebbe rimasto nelle mani di quest’ultimo. Nel corso del dibattimento, però, le difese, rappresentate dagli avvocati Mariano Morelli e Antonio Cesarano, hanno contestato integralmente la ricostruzione accusatoria, sostenendo l’insussistenza dei reati e la mancanza di prove idonee a dimostrare le contestazioni formulate dalla Procura. Al termine del processo il Tribunale di Nocera Inferiore ha assolto entrambi gli imputati. Le accuse di usura ed estorsione aggravate dal metodo mafioso non hanno trovato conferma nel giudizio di primo grado, chiudendo un procedimento che aveva preso le mosse dall’ipotesi di un’attività illecita riconducibile a due soggetti ritenuti dagli investigatori vicini al clan Cesarano.