Otto minuti che cambiarono Torre Annunziata: la guerra dei clan e il racconto di Siani
«26 agosto 1984, ore 11:45, da un pullman turistico scendono quindici killer che sparano all’impazzata in via Castello. Otto minuti di fuoco e di terrore […] otto persone vengono falciate dai proiettili, altre sette restano ferite». Sono le parole con cui Giancarlo Siani raccontò quella mattina di sangue. Otto minuti. Sono bastati per cambiare per sempre il volto di una città.
Alle 11.45 è ancora una domenica d’agosto. Otto minuti dopo, Torre Annunziata ha otto morti, sette feriti e un dolore da cui non guarirà. Il tempo, nei racconti delle stragi, tende a perdersi. Restano le date, i nomi, le fotografie, le sentenze. Ma per quel 26 agosto c’è un intervallo preciso: otto minuti.
È il tempo nel quale un commando armato porta a compimento quella che Siani definisce «l’ultimo atto di una guerra» tra clan. È domenica. È il giorno di Sant’Alessandro. Da allora, quel nome resterà legato alla strage. Il commando arriva a bordo di un pullman turistico rubato. Quindici uomini scendono dal mezzo e aprono il fuoco contro il gruppo legato al boss Valentino Gionta. La spedizione nasce dentro una guerra criminale che da mesi sta ridisegnando gli equilibri della camorra nell’area torrese e vesuviana.
Dal momento in cui gli spari cominciano, la distinzione tra chi è dentro la guerra e chi ne è soltanto spettatore diventa improvvisamente fragile. Alla fine sono otto le persone uccise e sette quelle ferite. Il bilancio è quello di una strage. Il numero delle vittime, da solo, non racconta la dimensione di ciò che accadde. Per capirla bisogna guardare Torre Annunziata prima di quel giorno.
È qui che il lavoro di Siani diventa fondamentale: arriva sulla scena di una città che segue da anni. Ne conosce il porto, il mercato ittico, le fabbriche, il contrabbando, il traffico di droga. Conosce la crisi economica e industriale e il modo in cui la criminalità organizzata riesce a inserirsi proprio lì dove il lavoro arretra e le istituzioni lasciano spazi vuoti. La strage, dunque, non nasce in una città improvvisamente precipitata nella violenza. Arriva in una città nella quale la violenza è già parte del paesaggio. È questo che rende il racconto di Siani ancora più importante.
Il suo lavoro non si ferma all’elenco dei morti. Cerca gli interessi, gli uomini, i rapporti di forza dietro quella giornata. E soprattutto cosa succede a una città quando la criminalità smette di essere soltanto una presenza clandestina e comincia a condizionarne la vita pubblica, l’economia, le relazioni. Nel 1984 Torre Annunziata è già dentro una trasformazione profonda. La crisi delle attività industriali lascia spazio a disoccupazione e precarietà. Il porto e i traffici rappresentano una risorsa, ma anche un terreno sul quale gli interessi criminali possono crescere.
La camorra non è soltanto violenza: è controllo, denaro, relazioni, capacità di occupare gli spazi lasciati vuoti. La strage di Sant’Alessandro rappresenta il punto in cui questo sistema esplode davanti agli occhi di tutti. Eppure, dopo gli otto minuti di fuoco, la storia non finisce. Comincia quella dell’indagine, degli arresti, dei processi, degli equilibri che cambiano. E soprattutto quella della città che deve continuare a vivere dopo avere visto la propria quotidianità trasformata in una scena di guerra. Siani continua a seguire la vicenda.
Nel giugno del 1985, quasi un anno dopo la strage, scrive dell’arresto di Valentino Gionta e degli equilibri tra i clan. Non racconta soltanto la cattura del boss: prova a ricostruire il sistema di alleanze e convenienze che sta dietro a quella cattura. È il metodo che aveva già applicato alla strage: andare oltre il fatto e ricostruire gli interessi e i rapporti di forza che lo avevano prodotto. Perché raccontare una strage significa anche raccontare ciò che l’ha resa possibile. E significa soprattutto non confondere la città con la criminalità che prova a dominarla.
Torre Annunziata non è soltanto il luogo nel quale otto persone vengono uccise. È anche il luogo nel quale, dopo quella domenica, qualcuno continua a studiare, lavorare, crescere i figli, aprire un negozio, andare a scuola. È una distinzione fondamentale quando si torna su una storia così dolorosa. La memoria rischia di trasformare i luoghi in simboli immobili. Torre Annunziata rischia di diventare soltanto «la città della strage».
Di quel 26 agosto 1984 va ricordato tutto. Gli otto minuti di fuoco, gli otto morti e i sette feriti. I clan, la guerra per il controllo del territorio. E poi le ore, i giorni e gli anni successivi a quel momento. Il lavoro di chi ha cercato di ricostruire quella storia. La memoria delle famiglie. Le generazioni che non hanno visto quella domenica e possono conoscerla soltanto attraverso i racconti di chi c’era. Qui il lavoro di Siani ritorna. Il suo giornalismo non si fermava a ciò che era successo. Cercava di risalire alle ragioni, agli interessi e agli equilibri che avevano reso possibile quel fatto.
Prima ancora del fatto, Siani si chiedeva perché fosse accaduto. Alle 11.45 era ancora una domenica d’agosto. Otto minuti dopo non lo era più.
Quarantadue anni dopo, la cronaca di Giancarlo Siani costringe ancora a guardare non soltanto a quegli otto minuti, ma a tutto ciò che li aveva preceduti. Agli uomini, agli interessi, alla guerra tra clan. A una città attraversata dalla crisi e agli spazi dentro i quali la criminalità aveva costruito e consolidato il proprio potere.
È qui che la memoria di Sant’Alessandro smette di essere soltanto il ricordo di una strage. Ricordare significa tornare ai fatti, ricostruire le responsabilità, provare a comprendere ciò che ha portato fino a quella domenica. Significa non lasciare che il tempo trasformi tutto in una data sul calendario. Perché una strage può durare otto minuti. Le condizioni che la rendono possibile si costruiscono molto prima. E sono quelle che una città non può permettersi di dimenticare.

