I ragazzi che sfidarono la paura: il futuro ripartì da via Castello
Ci sono città che i giovani abitano. E ci sono storie che imparano a conoscere prima ancora di poterle vivere. A Torre Annunziata, quella della strage di Sant’Alessandro è una di queste. Il 3 settembre 1984, una settimana dopo il sangue di via Castello, Giancarlo Siani torna a raccontare quei luoghi.
Stavolta non cerca soltanto i protagonisti della guerra tra clan. Cerca i ragazzi. Quelli che conoscono quelle strade, che hanno visto cambiare improvvisamente un luogo che fino a pochi giorni prima apparteneva alla loro normalità. Li incontra in via Castello, dove la paura non è ancora un ricordo. È qualcosa di recente, quasi fisico.
Quei ragazzi ci tornano, sfidando la paura. Guardano il luogo nel quale pochi giorni prima la città era stata travolta dalla violenza. Siani ascolta e scrive. Raccoglie una frase che sembra appartenere a quel preciso momento, ma che quarantadue anni dopo continua a rimanere sospesa: «Finita la scuola ce ne andremo via, vivere qui è diventato impossibile». Non c’è bisogno di aggiungere molto. In quelle parole c’è la paura di chi ha appena scoperto quanto può essere fragile il posto nel quale è cresciuto.
Ma anche l’idea che il futuro possa cominciare altrove. Per quei ragazzi, andarsene non era ancora una scelta tra università, lavoro ed esperienze. Era soprattutto una possibilità di fuga. Avevano visto la violenza arrivare a casa loro e avevano imparato, in pochi minuti, che anche la propria città poteva diventare improvvisamente pericolosa.
Quarantadue anni dopo, la stessa frase resta attuale seppur diversa. Il mondo in cui vivono i ragazzi di oggi è cambiato. Partire può essere una scelta e non una fuga. Qualcosa però è rimasto invariato: il rapporto tra un torrese e la sua città passa anche dalla possibilità di immaginare proprio in quelle strade il proprio futuro.
Una città può essere amata e, allo stesso tempo, lasciata. Si può partire per costruire la propria vita altrove e sentirsi ancora legati al luogo nel quale si è cresciuti. Scegliere di andare via e pensare di dover andare via non è la stessa cosa. Ricordare la strage di Sant’Alessandro significa anche permettere a chi non l’ha vissuta di conoscere la propria città. Sapere che cosa è successo, ma anche cosa è venuto prima e dopo. Conoscere le ferite non identificando la città con quelle ferite. Perché il rischio della memoria, quando passa attraverso le generazioni, è fermare i luoghi nel tempo.
Torre Annunziata può diventare, agli occhi di chi non ha vissuto quegli anni, soltanto il nome di una città legato a una strage. Ma una città non rimane ferma al giorno peggiore della propria storia. Cambiano le persone, le strade, le ambizioni di chi la vive.
Siani aveva capito che per raccontare davvero una città non bastava raccontare chi sparava e chi veniva arrestato. Bisognava ascoltare anche chi quella città avrebbe dovuto ereditarla. I quindicenni di via Castello erano una generazione che avrebbe dovuto ereditare quella città. Nella loro frase c’era la paura che proprio quella città non fosse più in grado di offrire loro un futuro.
Oggi quella domanda si presenta in una forma diversa. Non basta chiedere ai giovani di restare. Una città non può pretendere fedeltà dai suoi figli. Può però provare a diventare un luogo nel quale valga la pena tornare, restare e costruire. È una responsabilità che appartiene agli adulti, alle istituzioni, alla scuola, alle imprese, a chi amministra e a chi ogni giorno decide come deve essere una città. È necessario fare in modo che partire sia una possibilità e non una necessità.
Quarantadue anni fa, quei quindicenni guardavano via Castello e pensavano al giorno in cui avrebbero finito la scuola. Siani raccolse quelle parole senza correggerle, senza trasformarle in una lezione. Le inserì nel suo articolo, così com’erano: «Finita la scuola ce ne andremo via, vivere qui è diventato impossibile». Non raccontava soltanto la paura di una generazione. Raccontava il momento in cui quei ragazzi avevano cominciato a immaginare il proprio futuro lontano dal luogo nel quale erano cresciuti.
Oggi quella frase è rimasta. Non come una profezia. Non come una condanna. Come una domanda lasciata lì, in via Castello, quarantadue anni fa. A chi viene dopo, il compito di rispondere.

