Vietare i cellulari non basta, servono patti digitali educativi
L'INTERVENTO
25 agosto 2026
L'INTERVENTO

Vietare i cellulari non basta, servono patti digitali educativi

L'analisi di Anna Riccardi, presidente della Fondazione Figlie di Maria
Anna Riccardi*

C’è un’immagine che dovrebbe farci riflettere più di ogni circolare ministeriale: bambini che imparano a scorrere uno schermo prima ancora di imparare a sfogliare un libro, e adolescenti a cui, solo il giorno del rientro a scuola, si chiede di lasciare il telefono all’ingresso, come se il problema nascesse lì e finisse lì. Lo scorso anno scolastico siamo rientrati in classe con il divieto di cellulare imposto dalla nota ministeriale: una misura giusta, di civiltà, che ha restituito respiro e autorevolezza alle aule. Ma non basta accontentarsi di un gesto simbolico quando la partita vera si gioca molto prima, e altrove.

È comodo, per chi governa, fermarsi alla soglia della scuola: costa poco, non richiede investimenti, non tocca gli squilibri sociali che decidono chi cresce protetto e chi cresce solo davanti a uno schermo. Noi pensiamo che la sinistra debba avere il coraggio di guardare oltre quella soglia, e di dire con chiarezza che la vera battaglia educativa si vince nelle case, nei quartieri, nelle comunità — non con un divieto calato dall’alto la mattina del rientro.

Il Rapporto Censis 2026 fotografa un cortocircuito: il 66,7% dei genitori chiede il divieto assoluto in classe, ma il 46,4% dei bambini ha già uno smartphone entro i dieci anni, il 90,4% entro i dodici. E se allarghiamo lo sguardo alla primissima infanzia, il quadro è ancora più netto: il 41,5% dei bambini comincia a usare smartphone e tablet tra i due e i tre anni, l’81% dei bambini tra 0 e 6 anni lo usa già da solo. Un’indagine del MIMIT con l’Università Cattolica certifica che il 41% dei genitori non riesce a porre limiti all’uso dei dispositivi.

Non è un problema individuale delle singole famiglie: è una questione di giustizia sociale, perché sappiamo che la povertà educativa cammina insieme alla povertà economica, e che nei territori più fragili — dove mancano biblioteche, spazi di comunità, tempo pieno — lo schermo diventa spesso l’unica babysitter disponibile.Sono numeri che spostano il problema fuori dalla scuola, molto prima delle superiori: si vieta il cellulare a sedici anni a chi lo ha in mano dai tre.

Chiedere alla scuola di correggere da sola una traiettoria che comincia nella culla significa scaricare su un solo soggetto — quello più debole sul piano dei mezzi — una responsabilità che è collettiva. Non possiamo permetterci una scuola lasciata sola a colmare un divario che nasce fuori da lì.Per questo servono patti educativi digitali, non soltanto circolari. Patti che coinvolgano famiglie, scuola, servizi socio-educativi, terzo settore, istituzioni locali: tutta la comunità educante, non solo l’aula, perché nessuno si salva da solo e nessun bambino può essere lasciato indietro.

Un patto che rimetta al centro il diritto all’infanzia e alla lettura prima dello schermo, che accompagni i genitori — non solo i figli — nell’uso consapevole della tecnologia, che fissi insieme un’età minima condivisa per il primo smartphone personale, che distingua lo strumento didattico guidato dall’adulto dal dispositivo lasciato all’uso libero e diseguale a seconda di quanto una famiglia può permettersi tempo, cura, alternative.

La tecnologia è una risorsa, non un’ educatrice, e non può essere l’unica cosa che i più fragili si trovano tra le mani. La battaglia culturale per restituirle il suo giusto posto non si vince con un divieto scolastico calato dall’alto: si vince costruendo, insieme e a partire dagli ultimi, un’alleanza educativa che parta dai primi anni di vita e non lasci indietro nessun territorio.

 

Anna Riccardi

Presidente Fondazione Figlie di Maria