Castellammare, adesca una giovane e la violenta: in manette un 26enne
Castellammare. Un contatto nato sui social network, l'invito con l'inganno e poi ore di terrore chiusi in una cantina buia…
Adescata su Instagram, portata con l’inganno in una cantina, immobilizzata, picchiata e poi violentata. E’ la sequenza dell’orrore ricostruita nelle 20 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri mattina dai carabinieri della compagnia di Castellammare che hanno tratto in arresto un 26enne stabiese. Romolo R., è accusato di violenza sessuale, lesioni e sequestro di persona.
Castellammare, adesca una giovane e la violenta: in manette un 26enne
Castellammare. Un contatto nato sui social network, l'invito con l'inganno e poi ore di terrore chiusi in una cantina buia…
La vittima, di Sant’Antonio Abate, ha solo 22 anni ed ha avuto il coraggio di raccontare agli investigatori quell’incubo che si sarebbe consumato nei bassifondi di un condominio in via Alcide De Gasperi, il 2 agosto scorso. Tutto era iniziato nel modo più innocuo e contemporaneo possibile. Prima i contatti su Instagram, poi il passaggio a WhatsApp. In quei messaggi scambiati a tarda sera, il 26enne aveva raccontato di essere sopravvissuto a un terribile incidente stradale, lo stesso in cui suo fratello aveva invece perso la vita.
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Una storia di sofferenza che era riuscita a fare breccia nelle difese della giovane spingendola a provare empatia, a fidarsi di lui, a credere che dietro quelle conversazioni si stessi muovendo l’inizio di una storia romantica. Non poteva immaginare, la ragazza, che quel racconto triste fosse solo la prima tessera di un diabolico inganno. La notte tra il 2 e il 3 agosto doveva essere la serata del loro primo appuntamento, il momento di darsi finalmente un volto al di fuori dell’universo digitale.
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Ma una volta arrivati in un condominio al Corso Alcide De Gasperi l’illusione si è frammentata in mille pezzi con una velocità sconvolgente. Il ventiseienne sarebbe riuscito ad attirarla verso le viscere dello stabile, all’interno della sua cantina. Un locale sotterraneo, buio, privo di finestre, freddo e completamente isolato dal resto del mondo.
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Appena la giovane ha varcato la soglia, la porta si è chiusa alle sue spalle e la trappola si è trasformata in una cella. L’aggressore avrebbe afferrato un pesante termosifone e lo avrebbe trascinato contro l’unico uscio d’ingresso, incastrandolo con forza per sbarrare ogni possibile via di fuga. Poi, con un gesto fulmineo, le avrebbe strappato di mano il cellulare, spegnendo la sua unica linea di contatto con l’esterno e cancellando la possibilità di chiedere aiuto. In un istante la maschera del ragazzo sensibile è crollata, lasciando spazio alla pura sopraffazione.
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Lo sguardo del 26enne è cambiato, la voce si è fatta cupa: «Tu non vedi dove stai? Questo non è un posto dove portare le ragazze, io stasera ti uccido!». Quelle parole avrebbero dato il via a un calvario lungo e disumano, durato oltre tre ore, in cui la cantina si è trasformata nella scenografia di un incubo. In preda al terrore, la ragazza avrebbe cercato di difendersi in ogni modo, lottando per la propria sopravvivenza con le poche forze a disposizione: ha gridato, ha implorato pietà, ha tentato di spingerlo via, arrivando a graffiarlo e a mordergli con disperazione un dito della mano nel tentativo di farlo desistere. La sua resistenza, però, ha scatenato una violenza ancora più brutale e perversa.
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Come ricostruito nelle venti pagine dell’ordinanza firmata dal Gip, Mariaconcetta Criscuolo, l’aggressore l’avrebbe spogliata con la forza, colpendola con una pioggia di calci alle braccia e alle gambe. Poi le avrebbe infilato a forza le dita nella gola per spalancarle la bocca e bloccare i suoi tentativi di urlare. In un crescendo sadico di torture psicologiche e fisiche, Il 26enne avrebbe afferrato una bottiglia d’acqua versandola direttamente nella bocca della giovane stesa a terra supina, costringendola a ingurgitarla fino a farla soffocare. Non contento, le avrebbe bloccato la testa serrandola tra le proprie gambe, esigendo con violenza che lei emettesse i versi del soffocamento.
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Infine, per completare l’opera di immobilizzazione e terrore, le avrebbe posizionato sul petto due pesanti travi di legno lunghe due metri, intimandole di non muoversi e di fingere di essere morta. Dopo ore di violenze a catena, percosse e minacce di morte, l’orrore ha virato verso una surreale e inquietante normalità. L’aggressore ha spostato il pesante termosifone dall’ingresso, sbloccando la porta. Prima di farla uscire, le ha imposto il silenzio sul terrore appena vissuto e poi, con uno sdoppiamento agghiacciante, è tornato a parlare dell’incidente stradale del fratello come se nulla fosse successo in quell’angolo di inferno.
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Prima di lasciarla andare nella notte, la ragazza si è trovata stretta nel suo abbraccio. Nei giorni successivi la 22enne, assistita dall’avvocato Marica Langella, si è presentata alla Stazione Carabinieri di Sant’Antonio Abate per sporgere denuncia, fornendo ai militari la descrizione precisa dei tatuaggi che il 26enne sfoggiava sul corpo. Le indagini, coordinate dal Procuratore Nunzio Fragliasso, sostituto Ugo Spagna, hanno trovato riscontro nei referti del pronto soccorso, nei rilievi fotografici e nei racconti delle persone vicine alla giovane con cui si era confidata. Domani mattina è previsto l’ìnterrogatorio di garanzia del giovane, assitito dall’avvocato Andrea Paolillo, che si è dichiarato, tramite una note del suo legale, innocente.
La nota dell’avvocato del 26enne
«L’assistito contesta gli addebiti provvisoriamente formulati nei suoi confronti e affronterà l’interrogatorio davanti al giudice con pieno rispetto dell’autorità giudiziaria. In questa fase sono tuttora in corso attività di indagine e, pertanto, la difesa non intende divulgare né commentare atti o contenuti non ostensibili e eventualmente coperti da segreto, né diffondere elementi che potrebbero pregiudicare il regolare svolgimento degli accertamenti. La strategia difensiva e le eventuali iniziative da intraprendere saranno definite dopo il necessario colloquio con l’assistito e l’esame approfondito dell’ordinanza cautelare e degli elementi posti a fondamento della misura, senza anticipazioni mediatiche e nel rispetto della presunzione di non colpevolezza.Ogni valutazione sarà svolta nelle sedi processuali competenti, nel rispetto del diritto di difesa, della riservatezza e della dignità di tutte le persone coinvolte».
«Contro la violenza sulle donne non possiamo restare in silenzio». È lo scatto d’orgoglio e di indignazione che nasce dalla piazza per trasformarsi in mobilitazione collettiva. Il Centro Italiano Femminile (CIF) provinciale di Napoli e di Castellammare di Stabia ha indetto una manifestazione per venerdì 18 settembre, alle ore 19.30 in Piazza Matteotti, chiamando a raccolta associazioni e cittadini per dire un nuovo, corale «Basta!».
«La responsabilità è sempre di chi agisce, mai di chi subisce la violenza», ribadisce il CIF, rilanciando l’urgenza di iniziative di sensibilizzazione a partire dalle scuole elementari per costruire una cultura fondata su rispetto e consenso. L’eco del brutale episodio ha riaperto immediatamente anche lo scontro e il dibattito politico a livello nazionale.
Sul fronte dell’opposizione, il Partito Democratico interviene per voce dei deputati Marco Sarracino e Arturo Scotto, che definiscono l’accaduto «un atto inaudito che ci lascia sdegnati e profondamente colpiti». Per i parlamentari dem è «urgente e non più rinviabile un intervento strutturale sull’educazione affettiva e sul rispetto dell’altro, affiancato da un lavoro serio sull’uso consapevole dei social network, affinché non diventino amplificatori di odio e prevaricazione ma strumenti di prevenzione».
A porre l’accento sulla dimensione digitale dell’adescamento è anche la senatrice napoletana del PD Valeria Valente. Nel definire la vicenda «gravissima e agghiacciante» ed esprimendo vicinanza a chi «ha avuto il coraggio di denunciare», la senatrice sottolinea come non si tratti di un caso isolato, bensì «dell’esito estremo di una cultura che considera ancora il corpo delle donne una cosa disponibile».
La rete, aggiunge la senatrice della Commissione sul femminicidio, «non è uno spazio neutro: servono responsabilità chiare per le piattaforme, poteri effettivi per le Autorità e procedure rapide di segnalazione e rimozione». Di tutt’altro segno la ricetta proposta dal centrodestra. Severino Nappi, vice coordinatore della Lega in Campania, invoca la linea della tolleranza zero: «C’è una sola strada da percorrere: quella dell’inasprimento delle pene, delle condanne esemplari da scontare interamente in carcere e dell’adozione di strumenti per rendere inoffensivi coloro che si macchiano di reati del genere». Per l’esponente leghista, «stupratori e pedofili vanno messi nella condizione di non nuocere più». Michele De Feo