Caso Sonrisa | Un tecnico deciderà il futuro del Castello: «Ipotesi demolizione»
Il futuro della Sonrisa passa da un tavolo tecnico e tra le ipotesi c’è anche quella di demolire l’intero complesso.…
Mercoledì mattina, alle 10.30, davanti alla Prefettura di Napoli, in piazza del Plebiscito, non sarà una protesta come le altre. Non ci saranno slogan urlati né scenografie organizzate. Ci saranno persone ferme, in sit-in pacifico, con una condizione addosso che nelle ultime settimane ha cambiato forma e sostanza: quella di chi ha perso il lavoro da un giorno all’altro e sta ancora provando a capire come reggere la vita quotidiana. I lavoratori della Sonrisa tornano così a manifestare dopo la chiusura del Castello delle Cerimonie, avvenuta il 15 giugno scorso per la revoca delle licenze. Da quella data, raccontano, il tempo ha smesso di essere una routine e si è trasformato in una sequenza di scadenze. Mutui, affitti, bollette, spese familiari. Tutto rimasto identico, mentre è sparita la speranza di un futuro occupazionale.
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La protesta non nasce oggi. Nei giorni scorsi i dipendenti avevano già presidiato l’esterno della struttura a Sant’Antonio Abate, davanti al Castello, luogo simbolo di un’attività che per oltre quarant’anni ha rappresentato uno dei riferimenti del settore eventi e ristorazione in Campania. Lì, tra cancelli chiusi e silenzi lunghi, si è iniziato a misurare la portata reale della crisi: non solo la perdita di un posto di lavoro, ma la fine improvvisa di un equilibrio economico costruito nel tempo. Perché attorno alla Sonrisa non c’erano solo i dipendenti diretti.
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C’era un indotto fatto di collaboratori, fornitori, lavoratori stagionali, addetti ai servizi e alla ristorazione che negli anni hanno garantito il funzionamento di un sistema complesso. Con la chiusura del 15 giugno, quel sistema si è fermato tutto insieme, senza gradualità, lasciando decine e decine di famiglie in una condizione di incertezza immediata. È qui che il racconto dei lavoratori diventa più netto.
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Alcuni parlano di rate già saltate, altri di richieste di rinvio alle banche, altri ancora di una gestione quotidiana fatta di rinunce e attese. Non è una crisi astratta, ma una realtà che si misura giorno per giorno, tra conti che non tornano e un futuro che non si riesce a programmare nemmeno a breve termine. Attorno alla vicenda resta il percorso giudiziario che ha portato alla chiusura della struttura, ancora non definitiva perché sui tavoli dei giudici la questione è ancora aperta per ricorsi dei Polese. Dopo la sentenza definitiva per lottizzazione abusiva e che ha portato alla confisca della struttura, è ancora in bilico un ricorso al Consiglio di Stato che giudicherà nel merito sul provvedimento del ritiro delle licenze mentre la Corte di Cassazione si pronuncerà sulla richiesta di revisione del processo per lottizzazione abusiva.
Il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta cautelare avanzata dalla famiglia Polese contro la revoca delle licenze disposta dal…
Ma fuori dalle carte e dai provvedimenti, resta la parte più fragile: quella delle persone. È questo il punto che i lavoratori portano a Napoli, davanti alla Prefettura. Non una richiesta generica di attenzione, ma la necessità di essere ascoltati in una fase che per molti è già diventata emergenza. Il sit-in di mercoledì nasce da qui.
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Dal passaggio dal presidio davanti ai cancelli del Castello alla piazza istituzionale più visibile della città. Una scelta che non cambia la natura della protesta, ma ne sposta il peso simbolico: non più solo un luogo di lavoro fermo, ma una comunità di lavoratori che si ritrova senza reddito e senza prospettiva immediata. In piazza del Plebiscito, davanti alla Prefettura, ci saranno storie che si somigliano tutte. Famiglie che cercano di reggere, mutui che restano aperti, scadenze che continuano ad arrivare. E una domanda che, a distanza di settimane dalla chiusura del 15 giugno, non ha ancora trovato risposta: cosa succede adesso.