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Imprenditori pestati dal clan e venditori di caffè picchiati brutalmente perché scambiati per ladri: condannati il boss Vincenzo D’Alessandro e i suoi fedelissimi. Si chiude in primo grado un altro capitolo processuale scaturito dall’inchiesta Domino III che ha svelato i retroscena e gli affari del clan D’Alessandro, la cosca egemone a Castellammare di Stabia, tra il 2020 e il 2022.
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Il gup del tribunale di Napoli, Maria Gabriella Iagulli, ha condannato Vincenzo D’Alessandro a 3 anni e 10 mesi, Vincenzo Spista e Michele Abbruzzese a 3 anni e 2 mesi ciascuno, mentre Giuseppe Oscurato è stato condannato a 2 anni e 2 mesi. Le accuse erano di lesioni aggravate dal metodo camorristico. Il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, Francesco De Falco, al termine della requisitoria aveva chiesto complessivamente 15 anni di carcere: 4 anni e 2 mesi per il “boss poeta” Vincenzo D’Alessandro, 3 anni e 8 mesi ciascuno per Michele Abbruzzese e Vincenzo Spista e 2 anni e 8 mesi per Giuseppe Oscurato.
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Le accuse
A Castellammare non si muove una foglia se non è Vincenzo D’Alessandro a saperlo. E quando questo non basta il boss diventa feroce, arrivando a picchiare personalmente chi non rispetta i suoi ordini. È questo il teorema accusatorio dell’Antimafia sul quale si è fondato il procedimento che si è celebrato con il rito ordinario. Tre gli episodi di lesioni contestati agli esponenti della cupola di Scanzano. Tra le vittime figura un imprenditore balneare che, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, sarebbe stato pestato su ordine di Vincenzo D’Alessandro per essersi rifiutato di mettere a disposizione un immobile a Teresa Martone, madre del boss, che avrebbe dovuto scontare agli arresti domiciliari una condanna definitiva per estorsione.
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Diverso l’esito processuale per il secondo episodio contestato a Vincenzo D’Alessandro, relativo al pestaggio di un imprenditore del settore delle scommesse, che secondo l’accusa sarebbe stato aggredito personalmente dal boss all’interno di un bar del centro cittadino davanti a numerosi presenti. Per questo capo d’imputazione il giudice ha pronunciato sentenza di assoluzione «perchè il fatto non sussiste». L’ultimo episodio riguarda invece il pestaggio di due dipendenti di una ditta di distribuzione del caffè nel rione Scanzano.
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Secondo la ricostruzione investigativa, Vincenzo D’Alessandro, Vincenzo Spista, Michele Abbruzzese e Giuseppe Oscurato li avrebbero aggrediti credendo che fossero i responsabili di una serie di furti di scooter avvenuti nei giorni precedenti nella roccaforte del clan. Le due vittime stavano invece svolgendo regolarmente il proprio turno di lavoro. Gli episodi contestati sono stati ricostruiti dagli investigatori anche attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali durante le quali, in alcuni casi, si sentivano le urla di dolore delle vittime.
I capi d’imputazione rientrano nell’inchiesta Domino III (coordinata dal pm Giuseppe Cimmarotta, ora procuratore aggiunto al Tribunale di Nola), che ha ricostruito gli assetti della cosca D’Alessandro tra il 2020 e il 2022. Secondo quanto emerso dall’indagine, condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata, il boss Vincenzo D’Alessandro, terzo genito del padrino defunto Michele, avrebbe ripreso la reggenza del clan appena uscito dal carcere dopo una lunga detenzione al 41 bis. Nel processo principale D’Alessandro, Abbruzzese, Spista e Oscurato, hanno già riportato pesanti condanne per associazione di tipo mafioso ed estorsione. Ora gli avvocati Antonio de Martino, Giuliano Sorrentino e Francesco Romano, potranno eventualmente impugnare la sentenza in Appello.