Caso Sonrisa | Respinto un altro ricorso  dei Polese: «Il processo sugli abusi edilizi non è da rifare»
CASO SONRISA
10 luglio 2026
CASO SONRISA

Caso Sonrisa | Respinto un altro ricorso dei Polese: «Il processo sugli abusi edilizi non è da rifare»

Per i giudici della suprema corte non ci sono i margini per riaprire il procedimento che portò alla confisca del ristorante
Michele De Feo

Un’altra doccia gelata, un’altra speranza che svanisce per la riapertura del complesso «La Sonrisa», il ristorante divenuto famoso a livello nazionale e internazionale per i matrimoni napoletani, grazie alla trasmissione «Il Castello delle Cerimonie» in onda su Real Time. Ieri mattina è arrivato l’ennesimo verdetto sfavorevole per i Polese, la famiglia che gestisce il complesso, chiuso dopo 40 anni di attività il 15 giugno scorso, dopo il via libera del Consiglio di Stato alla revoca delle licenze da parte del Comune di Sant’Antonio Abate, formalmente proprietario dell’immobile. Determina scaturita dalla sentenza definitiva del 2024 che decretò la confisca della struttura per lottizzazione abusiva. Accusa venuta fuori da un’inchiesta della Procura chiusa nel 2011. Ieri la Quarta Sezione della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei titolari dell’hotel-ristorante con cui si chiedeva la revisione del processo.

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Una decisione che i giudici hanno preso nonostante la richiesta di accoglimento delle ragioni della difesa (gli avvocati Dario Vannetiello, Veronica Paturzo, Andrea Castaldo e Stefano Montone) aveva ottenuto il parere favorevole della Procura Generale (l’accusa). «Le ragioni giuridiche formulate dal collegio difensivo erano indubbiamente consistenti, avendo addirittura convinto il Procuratore Generale della Cassazione a chiedere l’annullamento della sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Roma – dicono gli avvocati –. La Procura Generale, insieme ai difensori dei Polese, aveva chiesto alla Suprema Corte di disporre un nuovo giudizio presso la Corte d’Appello di Roma, non essendo state valutate numerosissime prove nuove introdotte di recente dalla difesa al fine di dimostrare l’insussistenza del reato di lottizzazione abusiva che ha portato alla confisca del Castello».

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Gli avvocati spiegano inoltre che «anche nel giudizio di merito le ragioni indicate dalla difesa avevano convinto il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma, il quale aveva chiesto di conferire una duplice perizia al fine di verificare sia la data di ultimazione delle opere, per accertare se il reato fosse prescritto, sia la reale consumazione del reato di lottizzazione abusiva».

 

Il ricorso rigettato

L’istanza di revisione si basava essenzialmente su sette nuove prove. La confisca, ormai definitiva, fu disposta per il reato di lottizzazione abusiva ma, facendo leva, tra l’altro, su due consulenze di esperti in urbanistica e geologia e su riprese video, la difesa aveva provato a convincere l’autorità giudiziaria che gli interventi edilizi in questione non avevano trasformato il territorio né vi era stato alcun pregiudizio per l’ambiente e il paesaggio.

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Attraverso una significativa rinnovazione del quadro probatorio, inoltre, i difensori miravano a dimostrare che il processo a carico dei Polese non sarebbe proprio dovuto iniziare, poiché il reato era già prescritto nel momento in cui gli inquirenti chiesero il rinvio a giudizio. L’istanza, però, è stata rigettata dalla Suprema Corte al termine di una camera di consiglio molto lunga. Una decisione che chiude definitivamente questo capitolo e che avrebbe potuto portare a un nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello di Roma, dove il procedimento era approdato per la prima volta nell’aprile del 2025.

 

Le prossime decisioni

La vicenda penale, però, non è del tutto chiusa, visto che a breve verrà fissata dalla Cassazione una nuova udienza su un altro ricorso per la revisione del processo. Secondo la difesa, la condanna alla confisca andrebbe annullata perché sarebbe stata pronunciata sulla base di una prova falsa. Sempre sul fronte penale, contro la sentenza del 2024 che portò alla confisca è pendente un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

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La decisione potrebbe arrivare anche tra diversi anni e non riguarderà il merito della vicenda, bensì l’eventuale violazione dei diritti dei Polese derivante dall’eventuale accanimento cautelare. Sempre davanti alla Corte d’Appello di Napoli è pendente un’istanza di incidente di esecuzione relativa alla confisca della struttura, presentata nell’interesse di una delle tre società ritenute responsabili della lottizzazione abusiva. Le altre due sono già state rigettate, con decisioni confermate dalla Cassazione. Dal punto di vista amministrativo, invece, la prossima decisione fondamentale riguarderà la revoca delle licenze della struttura da parte del Comune di Sant’Antonio Abate. I giudici, lo scorso 5 giugno, hanno respinto l’istanza cautelare contro il provvedimento e deciso di pronunciarsi nel merito il prossimo novembre. Decisione che ha di fatto portato alla chiusura dei cancelli del Castello delle Cerimonie e allo stop immediato di tutte le attività.

 

La bomba sociale

Dopo le ultime cerimonie, la Sonrisa ha chiuso ufficialmente il 15 giugno, proprio all’inizio della stagione estiva, periodo in cui si concentra il maggior numero di eventi. Da quel giorno è partita la protesta degli oltre cento lavoratori impiegati nel complesso e di tutto l’indotto che ruota attorno alla struttura. Oltre a chef, maître, camerieri e personale di sala, lo stop alle attività ha causato un danno ai fornitori e all’economia del territorio. Dopo due sit-in, il primo all’esterno della struttura e il secondo in piazza del Plebiscito, il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha deciso di convocare un tavolo tra le istituzioni per gestire l’emergenza sociale. Nel frattempo tutte le cerimonie programmate al Castello sono state spostate in altre strutture, mentre alcuni dipendenti hanno contratti attivi fino al 31 ottobre.

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Il Comune di Sant’Antonio Abate, guidato dalla sindaca Ilaria Abagnale, sta invece portando avanti tutti gli adempimenti burocratici per sgomberare la struttura, ancora occupata da alcuni membri della famiglia Polese che risiedono all’interno del complesso, e sta programmando il riutilizzo dell’immobile una volta entratone in possesso. In tal senso l’ente ha nominato un tecnico che presenterà un piano di recupero. Intanto l’opinione pubblica è divisa tra chi ritiene doverosa l’affermazione del principio di legalità e chi teme le conseguenze sociali della chiusura, ossia il rischio che l’intero complesso possa diventare un rudere e finire nel mirino dei vandali. Sta di fatto che oggi la struttura, che per oltre quarant’anni ha ospitato personaggi del calibro di Sofia Loren, Diego Armando Maradona e Mario Merola, è stata set cinematografico e cornice di importanti rassegne musicali, è completamente chiusa.