Il Monte Faito abbandonato: chiude il ristorante «Papillon»
Una montagna che perde la voce è sempre una ferita che non si rimargina. Sul Faito, quel silenzio che un tempo era complice delle passeggiate lente e dei pomeriggi sospesi tra cielo e mare, la cornice perfetta per fissare un tramonto in compagnia, oggi somiglia a una stanza rimasta vuota dopo una partenza improvvisa.
È un silenzio che non consola: pesa, scava, racconta ciò che non c’è più. E tra le assenze che fanno più male c’è quella del Papillon, il locale che per anni ha custodito l’arrivo in vetta come un rito, un abbraccio, un punto fermo. Nel video diffuso dalla famiglia sui social, che lo ha gestito con dedizione, una frase cade come una pietra: «È finita, ci sono riusciti». Non serve aggiungere altro. In quelle parole c’è la stanchezza di chi ha resistito finché ha potuto, la delusione di chi ha visto la montagna svuotarsi giorno dopo giorno, la consapevolezza che il Faito, dopo il crollo e la tragedia della funivia del 17 aprile, è diventato un luogo lontano, quasi irraggiungibile.
Dimenticato da tutto e tutti. Un nome su una cartina geografica sul quale fare tappa, scattare una foto al volo e fuggire via. La strada che sale da Vico Equense è rimasta l’unico varco: lunga, tortuosa, scoraggiante persino per chi ha sempre amato quella vetta. Gli stabiesi non salgono più, i turisti hanno smesso di cercarla, le attività chiudono come luci che si spengono una dopo l’altra. La desertificazione non è un’immagine poetica: è un processo reale, visibile, che avanza senza ostacoli e senza risposte.
Il Papillon non era solo un ristopub. Era un luogo di passaggio e di memoria, la prima porta che si apriva quando la funivia lasciava i passeggeri sul piazzale, il primo profumo di caffè, il primo sorriso, il primo bacio e l’abbraccio che ti toglie il fiato. Era un punto di incontro, un frammento di identità collettiva. Tipicamente ispirato agli Irish pub, accoglieva ogni anno centinaia e centinaia di persone, turisti che dal piazzale incontravano il pub come primo ristoro sul territorio.
La cioccolata calda d’inverno davanti al camino, la birra ghiacciata con vista Golfo. In cucina Lucia ed Enzo (quest’ultimo scomparso a dicembre scorso), sempre con il sorriso e la determinazione a continuare a tenere la serranda aperta nonostante il calo di presenze. Legati alla tradizione, alla semplicità, alla storia della famiglia e soprattutto a un’identità con il territorio. Valori sani oggi cancellati dall’era digitale che ci consuma. Con la sua chiusura, il Faito perde un presidio sociale, un riferimento, un pezzo della sua storia.
E quella di chi l’ha vissuta. Da mesi la comunità stabiese ripete la stessa frase: «Dopo il crollo nessuno ha davvero preso a cuore il problema». Nessun piano di rilancio, nessun collegamento alternativo efficiente, nessun sostegno alle attività che hanno provato a resistere. Così la montagna si è ritrovata sola, come un gigante ferito che attende di essere ascoltato. I suoi boschi, le terrazze naturali, il panorama che abbraccia il Golfo meritano più di questo silenzio. Meritano una visione, un progetto, una cura.
L’appello della famiglia del Papillon non riguarda solo un locale che chiude: riguarda un patrimonio naturale e culturale che rischia di scomparire. È un grido che chiede alle istituzioni di intervenire, di restituire vita a quel polmone verde, di impedire che la montagna che ha accompagnato generazioni di momenti felici venga inghiottita dall’abbandono. Il Faito continua a essere uno spot, ma lasciato concretamente isolato. Non ora, non così. Perché quando muore una montagna, non si spegne soltanto un luogo: si perde una parte della comunità che l’ha abitata, amata, raccontata.

