Castellammare | Cravatta e pistola: «Così i boss dei D’Alessandro sono diventati invisibili»
LA SENTENZA
29 agosto 2026
LA SENTENZA

Castellammare | Cravatta e pistola: «Così i boss dei D’Alessandro sono diventati invisibili»

La metamorfosi del clan D’Alessandro ricostruita dal giudice: «Da contrabbandieri di sigarette a holding criminale»
Michele De Feo

A Castellammare i boss del clan D’Alessandro sono diventati «invisibili», ma il loro potere criminale non si è mai davvero dissolto. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza del maxi processo scaturito dall’inchiesta Domino III, firmate dal gup Marco Giordano. Un procedimento che si è concluso con condanne complessive per 88 anni di carcere nei confronti di dieci imputati e che vedeva alla sbarra anche Vincenzo D’Alessandro, terzo e ultimo figlio del defunto Michele insieme ad alcuni dei suoi fedelissimi.

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Nelle motivazioni, il giudice ripercorre quasi mezzo secolo di storia criminale. «Il clan D’Alessandro è riuscito nel corso degli anni ad infiltrarsi in ogni branca dell’economia dell’area stabiese arrivando anche a controllare gli affari pubblici attraverso colletti bianchi insospettabili», scrive Giordano. La parabola criminale della cosca comincia tra gli anni Settanta e Ottanta. Il primo terreno degli affari è il contrabbando di sigarette. Da lì, progressivamente, il clan amplia il proprio raggio d’azione, consolidando la presenza negli affari illeciti del comprensorio stabiese e dei Monti Lattari, area di fatti passata sotto la sua influenza dopo la faida sanguinosissima contro il gruppo capeggiato da Mario Umberto Imparato.

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Nel tempo arrivano anche alleanze strategiche con altri gruppi criminali della zona, a partire dal clan Di Martino di Gragnano e dai Gionta di Torre Annunziata. «Omicidi eccellenti e arresti non hanno fermato il loro potere criminale», osserva il giudice. La forza della cosca, secondo la ricostruzione contenuta nella sentenza, risiede soprattutto nella sua struttura articolata su tre livelli. Al vertice c’è il nucleo familiare dei D’Alessandro, chiamato a impartire le direttive criminali. Al secondo livello operano i capi zona, ai quali vengono affidate in «appalto» le singole aree di competenza. Infine c’è la manovalanza.

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Un sistema fondato anche sulla continuità familiare. Il potere, infatti, è passato di padre in figlio, quasi sempre lungo la linea di sangue. Dopo Michele D’Alessandro, alla guida del clan si sono succeduti i figli Pasquale, Luigi e Vincenzo. Nei periodi in cui i discendenti diretti erano detenuti, il comando è rimasto comunque all’interno della famiglia, passando al fratello di Michele, Luigi, e successivamente a suo figlio Pasquale. «Solo in pochissimi casi e quando tutti i D’Alessandro erano in cella la cosca è stata retta da esponenti non discendenti dalla famiglia», sottolinea il giudice, citando Paolo Carolei, Antonio Rossetti e Sergio Mosca e Nino Spagnuolo.

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Dopo la morte di Michele D’Alessandro, avvenuta mentre era detenuto, il controllo del clan sarebbe passato al fratello Luigi. Dopo il suo arresto, la leadership sarebbe stata assunta prima da Pasquale, figlio di Michele, e poi dal fratello Luigi, che avrebbe guidato la cosca anche negli anni della faida contro gli scissionisti degli Omobono-Scarpa. Una successione segnata da arresti, guerre interne e omicidi, ma senza una vera interruzione della capacità del clan di esercitare il proprio controllo sul territorio. Dopo l’ennesimo arresto, il potere sarebbe passato a Pasquale, figlio di Luigi, e quindi, fino al 2010, a Vincenzo D’Alessandro. È proprio a Vincenzo che gli investigatori dell’Antimafia hanno attribuito la responsabilità di aver ordinato una serie di delitti, tra cui l’omicidio di Gino Tommasino, consigliere comunale del Partito democratico.

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Dopo quella stagione di sangue, secondo la ricostruzione giudiziaria, la strategia del clan sarebbe cambiata. Meno esposizione diretta, maggiore capacità di infiltrazione. Una trasformazione che avrebbe portato i D’Alessandro a diventare una vera e propria holding criminale, capace di muoversi nell’economia legale e, indirettamente, di condizionare anche gli affari pubblici dell’area stabiese.