Castellammare | Usura e riciclaggio per conto del clan, assolto un imprenditore
Per anni su quella vicenda aveva pesato l’ombra della camorra. La storia di un imprenditore di Cava de’ Tirreni che,…
«Devi pagare, sennò ammazziamo i tuoi figli». È una delle minacce che avrebbe accompagnato il recupero dei soldi prestati a tassi usurari. A pronunciarle, questa volta, non sarebbero stati uomini legati alla criminalità di strada, ma due donne. Due delle tre indagate residenti tra Castellammare di Stabia e Trecase, che secondo la Procura avrebbero trasformato i prestiti di denaro a persone in difficoltà economica in un’attività stabile e organizzata, arrivando in alcuni casi ad applicare interessi che avrebbero sfiorato il 300 per cento annuo. Raffaela Lambiase, 72enne di Castellammare e Sandra Niola, 39enne di Trecase, madre e figlia, sono finite agli arresti domiciliari. Secondo l’accusa la 72enne sarebbe stata la figura principale del business illegale mentre la figlia avrebbe partecipato solo ad alcuni episodi usurai ricostruiti dalla Procura.
Castellammare | Usura e riciclaggio per conto del clan, assolto un imprenditore
Per anni su quella vicenda aveva pesato l’ombra della camorra. La storia di un imprenditore di Cava de’ Tirreni che,…
Per la terza, a cui l’accusa contesta di essere stata la mediatrice tra una vittima di usura e Lambiase e Niola, Stella Genovese, 51enne di Castellammare, è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Le misure cautelari sono state eseguite ieri mattina dai carabinieri della Compagnia di Castellammare di Stabia, su ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torre Annunziata, Luisa Crasta, richiesta dalla Procura guidata da Nunzio Fragliasso. Le accuse sono di usura aggravata e di estorsione.
Napoli, dilapida il patrimonio nel gioco e finisce nelle mani degli usurai: quattro indagati
Un patrimonio di famiglia progressivamente dissipato a causa della ludopatia. Poi i debiti e i prestiti a tassi usurari. Infine,…
L’indagine è partita dopo una perquisizione domiciliare nell’abitazione di Lambiase. In casa i militari della Sezione Operativa hanno trovato registri pieni di annotazioni: cifre, nomi, scadenze. Una sorta di contabilità dell’attività usuraria, secondo gli investigatori. Insieme ai registri sono stati trovati, in una cassaforte in camera da letto, anche 9mila euro in contanti, sequestrati perché ritenuti provento dei prestiti a strozzo. Da quelle carte è cominciato il lavoro degli investigatori.
Acquisizioni telematiche, immagini dei sistemi di videosorveglianza, pedinamenti, servizi di osservazione e controllo, oltre alle testimonianze raccolte durante l’attività investigativa. Un mosaico che, secondo l’accusa, avrebbe consentito di ricostruire un sistema nel quale madre e figlia avrebbero prestato denaro soprattutto a persone già schiacciate dalla necessità. Un vero e proprio business di famiglia gestito dalle donne di casa. Il meccanismo sarebbe stato semplice soltanto in apparenza: ottenere rapidamente denaro per affrontare un’emergenza, accettando condizioni che diventavano poi impossibili da sostenere.
Gli interessi, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbero arrivati in alcuni casi a livelli vicini al 300 per cento su base annua. E quando il debitore non riusciva più a pagare, sarebbe entrata in scena la pressione. Minacce e violenze, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero state utilizzate per costringere le vittime a rispettare scadenze e pagamenti. Una spirale dalla quale sarebbe diventato difficile uscire: più il debito cresceva, più aumentava la difficoltà di restituire il denaro e più forte sarebbe diventata la pressione esercitata per ottenere le somme.
È proprio la condizione economica delle vittime uno degli aspetti centrali dell’inchiesta. Le persone alle quali sarebbe stato prestato il denaro si sarebbero trovate in uno stato di grave indigenza e, proprio per questo, avrebbero accettato condizioni che altrimenti non avrebbero potuto sostenere. Il bisogno, dunque, sarebbe stato il punto di partenza di un rapporto destinato a trasformarsi in una trappola.
«L’usura prospera nel silenzio e nella solitudine, ma nessuno deve sentirsi solo». È il messaggio di Luigi Cuomo, presidente nazionale di SOS Impresa – Rete per la Legalità APS e responsabile del Circolo della Legalità di Castellammare di Stabia «Auspichiamo che le vittime possano trovare la forza di collaborare pienamente con i Carabinieri e con la magistratura, liberandosi definitivamente dal peso dell’usura e dalla paura delle ritorsioni», sottolinea Cuomo – Comprendiamo quanto sia difficile denunciare – aggiunge Cuomo – ma rivolgersi alle istituzioni e alle associazioni rappresenta il primo passo per spezzare una condizione di dipendenza che, con il passare del tempo, diventa sempre più soffocante».