Pompei racconta la Dacia romana: una mostra multimediale alle Terme del Foro
Un viaggio nella storia. Che unisce due sponde dell'antico Impero romano. È quello proposto da "Balnea Daciae. Le terme romane…
Al Real Albergo dei Poveri, per due giorni, il mare ha smesso di essere un orizzonte da guardare per diventare uno spazio da attraversare. Non c’erano onde a lambire i piedi, eppure la luce scivolava sulle architetture, i suoni dilatavano le distanze e un blu sorprendentemente caldo avvolgeva le sale, restituendo al monumentale complesso settecentesco una nuova, inattesa intimità. È in questa sospensione tra realtà e immaginazione che Videocittà Napoli ha trovato la sua cifra più suggestiva: trasformare il linguaggio digitale in un’esperienza capace di coinvolgere lo sguardo e il corpo
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Un viaggio nella storia. Che unisce due sponde dell'antico Impero romano. È quello proposto da "Balnea Daciae. Le terme romane…
È forse questa la prima conquista di Videocittà Napoli, alla sua prima edizione partenopea, che il 10 e 11 ottobre ha registrato il tutto esaurito. Il Festival della Visione e della Cultura Digitale, ideato da Francesco Rutelli con la direzione creativa di Michel Lotti, ha portato nel grande complesso settecentesco una domanda che riguarda il nostro tempo: che cosa può ancora fare l’arte quando smette di chiedere allo spettatore di guardare e comincia a coinvolgerlo fisicamente, fino a renderlo parte dell’opera? La risposta non sta soltanto nelle dimensioni degli schermi, nella potenza dei laser o nell’effetto sorpresa delle installazioni.
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Sta soprattutto in quella particolare disponibilità a lasciarsi attraversare dalle immagini che si è vista nei corridoi e nelle sale del Real Albergo dei Poveri. Bambini, ragazzi, adulti, famiglie: un pubblico trasversale, tutt’altro che disposto a mantenere le distanze rituali che spesso separano le persone dall’arte. C’è chi si ferma a lungo, chi si sdraia sul pavimento, chi segue con lo sguardo il movimento delle forme, chi cerca di capire dove finisca l’architettura e dove cominci la visione. Il corpo diventa così uno strumento di lettura, mentre la meraviglia è il primo, possibile accesso alla conoscenza. Ma sarebbe un errore confondere l’immediatezza dell’esperienza con la semplicità dei mezzi che la rendono possibile.
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L’arte digitale possiede una complessità che il suo stesso fascino rischia di nascondere. Dietro un’immagine che sembra nascere spontaneamente, dietro un’onda luminosa o una superficie in continuo mutamento, possono esserci programmazione, algoritmi generativi, modellazione tridimensionale, progettazione sonora, sistemi di sincronizzazione e sofisticate competenze audiovisive.
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La tecnologia non è un accessorio aggiunto all’opera: è parte del suo linguaggio, una materia da conoscere e governare. In questo senso, il confronto con un cantiere medievale non è poi così azzardato. Anche lì, davanti a una cattedrale o a un grande complesso monumentale, la bellezza che oggi appare naturale è il risultato di saperi tecnici, calcoli, esperienza artigiana, organizzazione del lavoro e conoscenze trasmesse nel tempo. Chi osserva può intuire l’armonia di una struttura senza sapere come sia stata costruita. Allo stesso modo, davanti a un’installazione immersiva, possiamo provare un’emozione autentica senza possedere gli strumenti per comprenderne fino in fondo il funzionamento.
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Eppure, tanto nell’architettura storica quanto nell’arte digitale, è proprio l’incontro tra competenza e immaginazione a rendere possibile ciò che appare straordinario. La differenza è che oggi una parte di quel cantiere è invisibile. Non si vedono necessariamente le mani al lavoro, né gli strumenti che traducono un’intuizione in una forma percepibile. Si vedono il risultato, la luce, il movimento, il suono. La sfida culturale consiste allora anche nel riconoscere il sapere che si nasconde dietro la superficie, senza trasformare la fruizione in una lezione tecnica e senza sottrarre all’opera il suo mistero. A tenere insieme esperienze tanto diverse è stato il mare, tema conduttore dell’edizione napoletana.
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Non una semplice immagine identitaria, né un repertorio di onde e orizzonti scelto per rendere omaggio alla città, ma una matrice visiva capace di dare continuità all’intero percorso. Il blu, declinato nelle sue variazioni, ha costruito un’atmosfera comune: profonda ma accogliente, quasi liquida, capace di dilatare gli ambienti senza raffreddarli. Un colore che non si limitava a illuminare gli spazi, ma sembrava abitarli, restituendo alla monumentalità dell’edificio una dimensione sorprendentemente intima.
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Nella Galleria Centrale, le opere di Juan Carlos Beltrán, MAOTIK, Matías Alonso Revelli e Milkorva con RNMW hanno restituito interpretazioni differenti del paesaggio marino, tra geometrie, flussi, astrazioni e simulazioni digitali. Nel Refettorio, UNDA di Visioni Parallele Creative Studio ha intrecciato luce, laser e musica, trasformando il movimento in una presenza quasi fisica. Con Storms, Quayola ha invece ricondotto l’acqua alla tradizione della pittura di paesaggio, rielaborandola attraverso processi computazionali. È un passaggio significativo: la tecnologia non cancella necessariamente la storia delle immagini, può riaprirla, metterla alla prova e trovare nuove forme per raccontare ciò che credevamo di conoscere. Anche la videoarte ha aggiunto profondità a questo dialogo.
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The Column di Adrian Paci e MAROSI 48Kn 90km/h di Ilaria Abbiento hanno portato nel percorso questioni che vanno oltre la suggestione visiva, intrecciando il mare con temi come migrazione, identità, ambiente e memoria. E la presentazione di ’O mare da parte di Carolina Rosi, con la voce di Luca De Filippo e la chitarra di Pino Daniele, ha ricondotto il paesaggio tecnologico a una dimensione emotiva e culturale profondamente napoletana. Il Real Albergo dei Poveri, iniziato nel 1751 e mai completato, non è stato dunque soltanto una scenografia prestigiosa. Con la sua storia e la sua scala monumentale, è entrato in relazione con opere pensate per abitare il presente, dimostrando quanto un luogo storico possa essere letto diversamente senza perdere la propria identità. Anzi, proprio lo scarto tra la permanenza della pietra e l’instabilità delle immagini ha prodotto una parte della forza dell’esperienza.
I talk dedicati alla tutela del mare, alle nuove tecnologie e alla rigenerazione urbana hanno allargato ulteriormente il discorso, ricordando che l’innovazione culturale non coincide con l’accumulo di dispositivi spettacolari. Ha senso quando apre nuove possibilità di relazione, rende accessibili linguaggi complessi e stimola una riflessione condivisa sul mondo in cui viviamo. Il tutto esaurito delle due giornate è un segnale incoraggiante, ma il risultato più interessante di Videocittà è forse un altro: aver mostrato che la cultura digitale può avvicinare pubblici diversi senza rinunciare alla ricerca, alla tecnica e alla complessità.
Non tutto deve essere immediatamente comprensibile per essere accessibile; a volte basta creare le condizioni perché nasca la curiosità di capire. Quando si esce, quel blu sembra restare negli occhi ancora per un po’. Come succede dopo aver guardato a lungo il mare, quando l’orizzonte continua a esercitare la sua attrazione anche lontano dalla riva. E forse è proprio questa la funzione più bella dell’arte, antica o digitale che sia: ricordarci che vedere non significa soltanto riconoscere ciò che abbiamo davanti, ma imparare a immaginare quello che, fino a un momento prima, non sapevamo di poter vedere.