Inquinamento del fiume Sarno, confronto in Consiglio regionale
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Un impianto di depurazione lasciato spento, inerte, quasi dimenticato, mentre i reflui provenienti dal lavaggio quotidiano degli automezzi per la raccolta dei rifiuti venivano dirottati direttamente nella rete fognaria pubblica. E poi fanghi di depurazione lasciati allo scoperto, pronti a tracimare ad ogni pioggia, e pozzanghere di percolato visibili a occhio nudo sull’asfalto.
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È uno scenario di grave degrado ambientale quello scoperto dai militari della Capitaneria di Porto di Castellammare di Stabia e dal Nucleo Operativo Ecologico (Noe) dei Carabinieri di Napoli a Sant’Antonio Abate, nel cuore della piana del Sarno. L’operazione, scattata nella giornata di lunedì, ha portato al sequestro preventivo di un’ampia area industriale di circa 3.000 metri quadrati in via Lenze.
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Il sito è in uso alla «DM Technology Srl», azienda attiva nel settore dei servizi di igiene urbana e appaltatrice del servizio di raccolta per diversi Comuni della zona. Tra le contestazioni mosse dagli inquirenti figurano i reati di deposito incontrollato di rifiuti, gestione illecita e scarico abusivo di acque reflue industriali (violazioni previste dagli articoli 255, 256 e 137 del Decreto Legislativo 152 del 2006).
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Il blitz è nato nell’ambito dei controlli ordinari sui punti critici della filiera dei rifiuti e sulle fonti di inquinamento del fiume Sarno. Quando gli uomini della Guardia Costiera e dell’Arma sono penetrati all’interno del piazzale – utilizzato principalmente per il parcheggio e la manutenzione di compattatori, spazzatrici e mezzi d’opera – hanno subito notato l’intensa attività di pulizia dei veicoli effettuata con idropulitrici ad alta pressione. A far scattare i sigilli sono state le verifiche idrauliche effettuate con un tracciante ecocompatibile.
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Versata la sostanza colorata nelle griglie di raccolta del piazzale, gli investigatori ne hanno seguito il percorso sotterraneo: il liquido, anziché subire il prescritto trattamento di depurazione, bypassava completamente i filtri. L’impianto del sito, infatti, è risultato privo di alimentazione elettrica, spento e in precarie condizioni di manutenzione. I reflui contaminati finivano così direttamente nella condotta fognaria comunale, senza alcun passaggio chiarificatore. A poca distanza dalla zona di lavaggio, gli operanti hanno rinvenuto circa due metri cubi di fanghi di depurazione adagiati direttamente a terra e all’interno di una vasca priva delle necessarie opere di contenimento e copertura. Parte dei fanghi era già tracimata verso le griglie del suolo.
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Nell’area sono stati inoltre sottoposti a sequestro due grandi cassoni colmi di rifiuti urbani da cui fuoriuscivano evidenti tracce di percolato. Sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Torre Annunziata è finita anche la documentazione amministrativa dell’impianto. Dai riscontri è emerso che il sito era sì coperto da un’Autorizzazione Unica Ambientale (AUA) – originariamente rilasciata dal Comune ad un’altra ditta e poi volturata alla DM Technology –, ma la licenza contemplava esclusivamente lo scarico delle acque meteoriche e di dilavamento delle superfici. Il titolo autorizzativo non prevedeva in alcun modo la gestione, lo stoccaggio o il deposito dei rifiuti trovati nel piazzale.
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Trattandosi di una società che gestisce un pubblico servizio essenziale, la Magistratura ha disposto un provvedimento modulato: sono stati messi sotto sequestro il piazzale scoperto, i cassoni e l’impianto difettoso, ma è stato consentito l’accesso agli uffici amministrativi e il solo transito dei camion verso un’area posteriore non contaminata, così da non interrompere la raccolta dei rifiuti nei Comuni serviti.
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L’operazione si inserisce nel più ampio e articolato piano d’azione coordinato dal Procuratore della Repubblica di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso. L’obiettivo è quello di individuare e stroncare i molteplici focolai d’inquinamento che da decenni soffocano il bacino idrografico del fiume Sarno e i suoi affluenti. Un’attività capillare condotta in sinergia tra le Procure di Torre Annunziata, Nocera Inferiore e Avellino, insieme all’ARPAC e alle forze dell’ordine, in attuazione del Protocollo d’intesa ambientale siglato nel dicembre 2025. Il procedimento si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari e la misura cautelare reale dovrà essere valutata dal Giudice per le Indagini Preliminari per la convalida.