Camorra | Ecco come e perchè è stato ammazzato il boss di Pimonte Raffaele Afeltra
CAMORRA | L'INCHIESTA
31 agosto 2026
CAMORRA | L'INCHIESTA

Camorra | Ecco come e perchè è stato ammazzato il boss di Pimonte Raffaele Afeltra

Tutti i dettagli sull'omicidio del super boss Raffaele Afeltra. Il pluripregiudicato massacrato a colpi di fucile nella sua panda verde nei pressi di un terreno di sua proprietà. Era seduto sul lato del passeggero.
Michele De Feo

C’era un silenzio gelido questa sera nella piazza di Pimonte. Poco dopo le 19, l’ora dell’agguato costato la vita al boss Raffaele Afeltra, la voce della sua morte aveva già iniziato a circolare tra i bar e i punti di ritrovo del paese, situato nel cuore dei Monti Lattari, terra di eccellenza gastronomica e, purtroppo, anche di camorra. Esattamente un anno fa, il 29 agosto 2025, fu assassinato a Gragnano, in via Cappella della Guardia, Alfonso Cesarano, 34 anni, ritenuto un fedelissimo dei Di Martino. Omicidio però, con molta probabilità, completamente scollegato a quello di Afeltra.

 

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Quello del 68enne pluripregiudicato è, senza ombra di dubbio, un vero e proprio omicidio «eccellente». ‘O Burraccione, così era soprannominato Afeltra negli ambienti della mala organizzata, era considerato un esponente di spicco del clan Afeltra-Di Martino-Gentile, che controlla l’area tra Gragnano, Pimonte e Agerola.

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Raffaele Afeltra, 68 anni

Un’esecuzione in piena regola, con il «marchio» caratteristico degli agguati che negli ultimi anni hanno visto cadere, trucidati uno dietro l’altro, personaggi di spicco della criminalità dei Lattari: da Mario Cuomo ‘o caniello a Ciro Orazzo, da Tonino Di Lorenzo ‘o lignammone fino a Ciro Gargiulo ‘o biondo. Tutti ritenuti «narcos» di alto livello, implicati nel business della coltivazione della marijuana sui Monti Lattari, tra Gragnano, Casola, Lettere e Pimonte. Raffaele Afeltra, invece, era un boss della «vecchia guardia», legato a doppio filo alla fazione di Mario Umberto Imparato, protagonista, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, della sanguinosa faida con i D’Alessandro.

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Dopo la morte di Imparato il boss insieme al padrino Leonardo Di Martino, aveva deciso di mettersi in proprio mettendo insieme un’organizzazione criminale che oggi, grazie anche all’eliminazione fisica dei competitors, detiene il monopolio dei business criminali in tutto il comprensorio dei Lattari. Afeltra era tornato a Pimonte da qualche anno, dopo aver scontato una condanna per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Accuse scaturite dall’inchiesta Olimpo, indagine dell’Antimafia che aveva coinvolto esponenti criminali del comprensorio dei Lattari e dell’area stabiese, oltre a colletti bianchi.

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Nel dicembre 2019, quando scattò il blitz, Afeltra riuscì a sfuggire alla cattura, iniziando una latitanza durata tre mesi. Il boss si consegnò poi spontaneamente al carcere di San Gimignano, a Siena, dove ha trascorso una parte della sua detenzione. E’ stato poi scarcerato nel 2023. Prima del 2019 aveva scontato una condanna ultraventennale per reati di camorra. Il suo nome è finito recentemente, e sottolineato in grassetto, nell’inchiesta sull’omicidio di Carmine Zurlo, il 29enne ammazzato e fatto sparire nel marzo del 2022. L’uomo era considerato un fedelissimo di Afeltra e per suo conto raccoglieva le estorsioni e gestiva la cassa dell’organizzazione criminale.

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Si trovava in una zona solitaria di Pimonte, Raffaele Afeltra, detto 'O Burraccione quando è stato avvicinato dai sicari, questa…

Un ruolo delicatissimo quello ricoperto dal ragazzo, ritenuto praticamente un «numero 2» nella zona di Pimonte durante la detenzione di Afeltra. Il 29enne infatti fungeva da trait d’union tra il boss in carcere e il mondo esterno. Da quanto ricostruito dall’Antimafia, il giovane sarebbe stato ammazzato perché avrebbe trattenuto per sé una parte di una quota estorsiva, circa 130mila euro, sottraendola alla cassa comune. In manette, nei mesi scorsi, sono finiti i presunti sicari (e migliori amici di Zurlo), Antonio Chierchia e Raffaele Scarfato, mentre è indagato a piede libero l’altro boss di Pimonte, il 66enne Francesco Di Martino, zio di Zurlo e cugino di Leonardo Di Martino, alias ‘o lione, padrino — ora ai domiciliari fuori regione — e capo indiscusso del clan Di Martino di Iuvani, frazione situata tra Pimonte e Gragnano.

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Un delitto, quello di Zurlo, maturato internamente al clan Afeltra-Di Martino, ma senza l’assenso di Raffaele Afeltra che, secondo gli investigatori, mai avrebbe autorizzato l’uccisione di Zurlo. Tuttavia, appare evidente che il ruolo di ‘o Burraccione nel panorama criminale della zona era rimasto di primissimo piano. Una presenza «ingombrante», forse, almeno per chi, nello stesso ambito criminale, aveva ed ha gli stessi interessi. E così ha deciso di eliminarlo. Facendolo con modalità che lanciano un messaggio chiaro quanto inquietante.

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L’inchiesta sul delitto di Carmine Zurlo, 29 anni, commesso a Gragnano il 14 marzo 2022, è tutt’altro che chiusa. Così…

Chi ha trucidato Raffaele Afeltra, infatti, non ha avuto alcuna remora a farlo non lontano dalla sua casa, in via Gesinella. Conoscendo, evidentemente, sin nei minimi dettagli le abitudini dell’uomo.

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Tre indagati per omicidio aggravato dal metodo camorristico, di cui uno a piede libero, e un corpo, quello della vittima,…

Come la passione per l’allevamento degli animali — capre, pecore, cavalli — che allevava su un fondo di sua proprietà non molto distante da casa, in località Zappino, su uno dei sentieri naturalistici più suggestivi della zona, quello che attraversa la Valle Lavatoio. Chi ha colpito, nel pomeriggio di ieri, sapeva bene che Raffaele Afeltra, anche di domenica, aveva l’abitudine di recarsi in quel terreno per «governare» i suoi animali, abbeverarli e dare loro da mangiare.

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«Me lo sogno tutte le notti a Carmine Zurlo: fugge dalla croce perché io potevo aiutarlo». E’ da questa frase…

Così non ha dovuto fare altro che appostarsi nella boscaglia, attendere il momento buono per colpirlo e infine scaricargli addosso una mole di colpi che non gli ha lasciato scampo. Vale a dire i pallettoni da caccia di uno o più fucili, che ovviamente non gli hanno lasciato scampo. Dopo di che, il killer — o i killer — si è dileguato nella boscaglia, che certamente, a sua volta, conosceva bene. Modalità e armi che costituiscono una sorta di «firma» di tutti i più recenti fatti di sangue nella zona dei Lattari.

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E che hanno reso inutili i tentativi di soccorrere il 68enne. Il corpo di Raffaele Afeltra è stato ritrovato nella sua Panda verde 4×4, sul lato del passeggero. In paese l’uomo veniva sempre accompagnato e scortato da tre autisti differenti, che probabilmente si davano il cambio durante la giornata. Forse uno di loro era con lui al momento dell’omicidio. È uno degli aspetti su cui stanno indagando i carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata e della Compagnia di Castellammare di Stabia, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia. Almeno dieci i colpi sparati dai sicari — o dal sicario.

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Alcuni di questi hanno completamente sfigurato il volto dell’uomo. L’ennesimo messaggio di sfida, tipico della camorra dei Monti Lattari. Il boss doveva essere ucciso nel suo fortino, dove si sentiva più protetto, e soprattutto cancellato. In questo caso la sua roccaforte era un terreno situato a ridosso della Statale per Agerola, facilmente raggiungibile attraverso un sentiero. Per tutta la serata la zona è stata un via vai di auto dei carabinieri e di ambulanze. Attorno alla strada si è poi radunato un gruppo di parenti della vittima che, in silenzio, hanno osservato il lavoro delle forze dell’ordine, costrette ad aiutarsi con delle torce sulla fronte.

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L’unico rumore che si sentiva, oltre a quello delle auto e degli scooter che sfrecciavano sulla strada e che, in prossimità del luogo dell’omicidio, rallentavano, era il gracchiare delle radio. L’aria era tesissima e la tensione si tagliava con il coltello. I militari dell’Arma, in silenzio e con determinazione, stanno conducendo una battaglia contro il tempo perché quello che si teme è un’escalation di violenza e una nuova faida sulle pendici dei Monti Lattari.

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Proprio tra Pimonte e Agerola, nel 2018, si erano registrati dei contrasti tra i Gentile, imparentati con gli Afeltra, e Francesco Di Martino. Proprio «zi Ciccio», da poco uscito dal carcere dopo una condanna ultra ventennale, sfuggì a un agguato nel 2018 nel quale rimase ucciso il suo autista, Filippo Sabatino. In questo scenario criminale ora indagano i carabinieri, mentre il paese rimane in silenzio, sotto choc. Raffaele Afeltra era considerato, appunto, un intoccabile e ciò spinge l’Antimafia a pensare che la sua sia stata un’epurazione interna.

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Una tesi che prende corpo anche considerando che nel comprensorio oltre ai Di Martino Afeltra non esistono più altri clan. Per il momento è solo un’ipotesi, anche perché le indagini sul delitto sono particolarmente complesse.  I killer, infatti, sono fuggiti per i boschi, dove non sono presenti telecamere di videosorveglianza. Nel paese ancora sotto choc, arriva anche la presa di posizione del sindaco Francesco Somma, che parla di un episodio «grave» e «brutale», capace di turbare profondamente la comunità. «L’omicidio brutale che è accaduto stasera a Pimonte ci preoccupa e ci turba profondamente.

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È un episodio grave rispetto al quale chiediamo determinazione e celerità a chi sta indagando. Alla Magistratura e alle Forze dell’Ordine va la nostra piena fiducia affinché venga fatta piena luce su quanto accaduto». Ma nelle parole del primo cittadino c’è soprattutto un appello alla comunità, alla necessità di non lasciare che la paura finisca per cambiare il volto del paese. «Come Sindaco di Pimonte, però, sento il dovere di dire una cosa con forza: in momenti come questo Pimonte deve rimanere unita Non permetteremo alla criminalità e a nessuno di rovinare il nome e la reputazione della Pimonte che stiamo costruendo per i nostri figli. Una comunità fatta da tante persone perbene, famiglie, lavoratori, giovani, associazioni che si impegnano quotidianamente per crescere e farsi conoscere e rispettare sempre di più».

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Somma rivendica quindi il lavoro portato avanti dall’amministrazione per costruire un’immagine diversa di Pimonte, legata alla cultura, alla partecipazione e alla crescita della comunità. «Stiamo lavorando tanto per la Pimonte che desideriamo, per renderla più viva, attraverso la cultura, gli eventi, le iniziative sociali e tutto ciò che crea comunità. Ma anche attraverso opere pubbliche innovative ed una cultura della trasparenza, del rispetto dei conti pubblici e della legalità. Un episodio così grave non può e non deve cancellare tutto questo. Pimonte è tutt’altro e noi la difenderemo con le unghie e con i denti».

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Il sindaco guarda poi al rischio che un fatto di sangue di questa portata possa alimentare paura e tensione, ribadendo la necessità di restare uniti. «Perché anche nei momenti più difficili dobbiamo avere la forza di rimanere uniti e non lasciare spazio alla paura. Continueremo a lavorare, con responsabilità e positività, affinché a parlare di Pimonte siano sempre più la sua storia, le sue tradizioni, il suo territorio, i suoi giovani e tutto ciò che di bello questa comunità ha da offrire». Infine, un richiamo alla fiducia nelle istituzioni e alla necessità di non permettere che intimidazione e paura prendano il sopravvento.

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«In una sera difficile come questa, il nostro compito è anche quello di ricordare che paura e intimidazione non devono avere l’ultima parola. Mai. La nostra comunità deve continuare a credere nelle istituzioni, nella legalità e nel proprio futuro. E noi continueremo a fare la nostra parte».