Castellammare. Omicidi e patti con la politica: il silenzio d’oro dei killer dei D’Alessandro
CAMORRA
7 Settembre 2026
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Castellammare. Omicidi e patti con la politica: il silenzio d’oro dei killer dei D’Alessandro

L'ex killer, ora pentito, Pasquale Rapicano: "Duemila euro al mese in cella per custodire i segreti della cosca.Le buste preparate dai boss"
Michele De Feo

Quanto vale il silenzio di un uomo? Per il clan D’Alessandro, cosca egemone nell’area stabiese e nella Penisola Sorrentina, dai 1.500 ai 2.000 euro al mese, più eventuali spese extra come medicinali e regali una tantum. Tanto i boss che si sono succeduti negli ultimi anni al comando della holding del crimine, con roccaforte nei vicoli di Scanzano, pagano i propri sicari finiti in manette e che stanno scontando dietro le sbarre condanne pesantissime. Una vera e propria detenzione dorata che i fedelissimi dei boss ottengono in cambio del loro silenzio.

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«Prendevo in cella 2mila euro al mese per il mio silenzio e a preparare le buste nelle quali erano contenuti i soldi erano i boss di Scanzano». A rivelare il retroscena è il super pentito Pasquale Rapicano, ex killer del clan D’Alessandro, passato a collaborare con la giustizia nel gennaio del 2020. Da allora la gola profonda sta svelando ai pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli tutti i retroscena di cui è a conoscenza sugli affari e sulle strategie criminali della cosca di Scanzano.

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Le rivelazioni di Rapicano hanno portato alla discovery di diversi cold case. Solo per citarne alcuni, basti ricordare quelli di Raffaele Carolei, Pasquale Aiello, Pietro Scelzo, Carmine Paolino, Vincenzo De Maria e il duplice  omicidio Zincone-Del Gaudio. Tutti delitti riconducibili alla faida tra i D’Alessandro e gli Omobono-Scarpa. Ma le dichiarazioni di Rapicano sono state fondamentali anche per risalire ai mandanti degli omicidi di Carmine D’Antuono, dell’innocente Federico Donnarumma, di Antonio Vitiello, Nunzio Mascolo e quello che ha per sempre segnato la storia di  Castellammare: l’assassinio del politico stabiese del Pd Gino Tommasino.

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Rapicano, ai magistrati dell’Antimafia, ha parlato anche di altri delitti, come quello dell’altro politico stabiese, Sebastiano Corrado, e soprattutto delle infiltrazioni della cosca nell’economia pulita e negli affari pubblici. Dichiarazioni che, però, non hanno mai trovato riscontri, anche perché l’ex killer è l’unico pentito in mano all’Antimafia dal 2020. Per sei anni, nonostante diversi ergastoli incassati, nessun affiliato del clan D’Alessandro ha fatto un passo verso lo Stato. Basti pensare che tra questi figura Gaetano Vitale, condannato al fine pena mai per l’omicidio di Raffaele Carolei e che proprio Rapicano indica come uno degli affaristi della cosca, nonché come persona che aveva contatti con la politica. Intanto, sempre l’ex killer ha raccontato agli inquirenti altri retroscena sui mandanti dei delitti della faida degli Omobono-Scarpa.

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Ai magistrati della Dda ha svelato che Luigi D’Alessandro, secondo figlio del padrino defunto Michele, prima di andare in carcere nel 2003 avrebbe lasciato una lista degli omicidi da compiere ai suoi fedelissimi. La sua scarcerazione per fine pena è prevista nel giro dei prossimi mesi. Di quel pezzo di carta non è mai stata trovata traccia, così come restano avvolti nel mistero i nomi dei mandanti di diversi delitti. Segreti custoditi dai killer del clan, in cella e fuori, ben pagati dalla cosca.